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Palestina, un caso imbarazzante

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
17 Ottobre 2025
in L'editoriale
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Confondere Sadat con Nasser, come fanno al Corriere della Sera, fosse una questione nozionistica, sarebbe errore di poco conto. Trattasi pur sempre di due presidenti egiziani del secolo scorso, figurarsi. Il problema è che la confusione nasceva sulla guerra del Kippur. Il bravo inviato a Sharm del Corriere la definiva “una guerra di espansione del nazionalismo arabo”. In effetti, Nasser avrebbe probabilmente volentieri annesso Gaza, che l’Egitto occupa dal 1948, non avesse poi perso la guerra dei sei giorni, ma nel 1967. Allora, Gaza passò sotto l’autorità israeliana. Ed ecco che si comprende come la guerra di Sadat del 1973, Nasser è morto da tre anni, non fu una guerra di espansione. Fu una guerra di riconquista. Tanto che. Sadat rivendicò il solo Sinai per siglare la pace con Israele e mandare a quel paese i russi. Di Gaza non gli importava assolutamente nulla. La città di origine fenicia rimase ad Israele, come bottino di guerra, sino al 1994, quando questa la cedette all’autorità palestinese che finalmente aveva riconosciuto l’esistenza dello Stato ebraico. Pace in cambio di territori. Adesso solo di cadaveri di ostaggi.

Prima del disgraziato articolo su Nasser, ancora vivo nel 1973 e chissà per quanti altri anni, il Corriere della Sera aveva pubblicato un video intervista di Antonio Ferrari che rivelava una confessione inedita di Rabin. Il premier laburista si lamentava dei finanziamenti dati ad Hamas in chiave anti Olp. Il video intervista aveva il titolo significativo, “abbiamo inventato noi Hamas”. Rabin è morto nel 1995, quindi per trent’anni Ferrari si era tenuto il sorcio in bocca e si comprende. Hamas, all’epoca di Rabin la conoscevano giusto gli esperti. Hamas è passata all’onore delle cronache nel marzo del 2004, quando Israele fece secco il capo religioso di quell’organizzazione, lo sceicco Yassin. Per cui se davvero Israele ha inventato Hamas, aveva anche cercato di rimediare, eliminando il suo fondatore. Allora l’omicidio di Yassin venne catalogato come un atto di crudeltà. Lo sceicco era un milionario sanguinario, ma gli ebrei avevano assassinato un cieco paralitico.

Il declino di Arafat e della sua organizzazione è un altro caso poco seguito ai giorni nostri. Si denuncia che i palestinesi non sono coinvolti nel processo di pace, eppure a Sharm El Sheik c’è Abu Mazen, l’erede politico di Arafat. Se Israele ha inventato Hamas, Arafat, che pure è nato al Cairo, ha inventato la Palestina. Prima di lui più nessuno ne parlava. Quando Nasser occupa Gaza pensa, appunto, di espandere l’Egitto sino a Gerusalemme. Il siriano Atassi, predecessore di Asad padre, voleva invece la Grande Siria, perché quella che noi oggi chiamiamo comunemente Palestina, gli islamici chiamavano Siria dal tempo dell’impero ottomano. Napoleone che bombarda Jaffa pensa di essere in Siria. Il colonnello Lawrence, che conquisterà Aqaba, invece, semplicemente, di essere in Arabia. Il nome Palestina viene scelto dai romani per umiliare i giudei e solo la successiva conversione all’Islam dei filistei e dei samaritani redime i palestinesi agli occhi del nazionalismo arabo. Comunque non fino al punto da dare un loro Stato. Piuttosto, ciascuno vuole ampliare il proprio, escluso il re di Giordania. Hussein, meno gente aveva fra i piedi, più si sentiva al sicuro.

Bisogna aspettare Sadat per porre la questione palestinese sulla base del diritto internazionale, con la particolarità che la Palestina non sarà presente alla conferenza di pace di Ginevra nel ’74. Non c’era nemmeno la Siria. Asad trattava sotto banco. Purtroppo non abbiamo rivelazioni confidenziali da fare come l’eccellente Luigi Ferrari su quel periodo straordinario. In compenso tutti possono leggere le memorie del principale artefice e protagonista della conferenza di pace, Henri Kissinger, scritte nel 1991. I palestinesi non li volevano i giordani e non li volevano i siriani, ciascuno aveva i propri da controllare. Sadat, da parte sua, era solo interessato al Sinai. Israele, per carità. I palestinesi erano quelli di settembre nero a Monaco, e avevano appena preso quaranta ostaggi in una scuola elementare ebraica. In pratica, fino agli accordi di Oslo, 1994, Israele e l’Olp si combatteranno strenuamente. Un anno dopo e viene ucciso Rabin, da quelli che, secondo Cremonesi, sempre del Corriere, ora sono al governo di Gerusalemme. Mentre l’Olp viene giubilata dalla misconosciuta Hamas che prende piede a Gaza, perché vuole continuare la lotta, non fare la pace. Nel 2005 Hamas vincerà le elezioni e confinerà a Ramallah il povero Abu Mazen che si era vantato con gli americani e gli israeliani di essere il futuro leader della Striscia. Rieccolo in pista vent’anni dopo, come il romanzo di Dumas. In Israele c’era Sharon che aveva spaccato il Likud per rafforzare la posizione laburista. Sharon sgombera con la forza i coloni nella Striscia. Netanyahu non arriverà al governo per caso. Il ritiro unilaterale di Israele viene ricompensato da Hamas bombardando dal terreno guadagnato.

Di tutto questo nel dibattito politico italiano non c’è traccia alcuna. Come si dice nelle piazze, Israele è un occupante e da ben 75 anni, da due, è pure genocida. Al limite, l’illustre professor Parsi, altra firma del Corriere, ci spiega compunto come dovrebbe andare per benino la navigazione nelle acque costiere di Gaza. Fine della lezione di storia giuridica. Poi salta fuori che a via Solferino sono convinti che quel genio di Nasser aveva fatto la guerra del Kippur. Sadat, chi caspita era costui? Vai a sapere se l’Egitto è ancora sotto l’influenza sovietica. Altrimenti finisce che al Sisi diventa amico di Israele. Di quel boia di Netanyahu.

licenza pixabay

Tags: NasserSadat
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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