Un governo al mondo che deve tutto alla magistratura, è questo italiano in carica. Se i magistrati non si fossero scagliati contro i partiti che governavano nel 1992, magari con un po’ di esagerazione, dato il rimpianto universale per i venti cinque anni dalla morte di Bettino Craxi, Fratelli d’Italia e Forza Italia nemmeno esisterebbero. Quanto alla Lega, che sventolava il cappio in parlamento, sarebbe più o meno intorno al quattro per cento a dir tanto.
Anche un filo di coerenza imporrebbe agli eredi del Movimento sociale di ricordare i loro bei banchetti posti davanti al palazzo di Giustizia a Milano per fischiare e deridere i vecchi politici che vi si recavano indagati. Meloni sarà pure entrata in politica per onorare Giovanni Falcone, all’epoca difeso da socialisti e repubblicani, ma ha scelto il partito che era dalla parte di Borrelli. Poi c’erano le televisioni di Berlusconi che avevano trovato un campione nel giudice Di Pietro. Funari in trasmissione lo esortava ogni giorno, più o meno all’ora di pranzo, ad andare avanti, a non fermarsi. A quel tempo nessuno si mise a dire che gli atti della magistratura erano voluti da un presentatore televisivo molto popolare. E pure un magistrato si presentava alla stampa dichiarando di “volere rivoltare l’Italia come un calzino”, parole testuali, tali che sarebbe stato fin troppo facile per qualsiasi indagato impugnare l’argomento oggi usato dal governo Meloni, per cui, “l’atto dovuto” dell’azione giudiziaria, non era tale.
Cosa fecero allora i partiti sotto attacco, si asserragliarono nel palazzo? No, modificarono la struttura dell’articolo sessantotto della Costituzione, rinunciando di fatto alla possibilità di non essere indagati se non in flagranza di reato. In pratica assicurarono qualunque indagine nei loro confronti. Se l’attuale classe politica ritiene quella scelta un errore, invece di lamentarsi, promuovesse una controriforma dell’articolo 68. Nel 1992 la fiducia nella magistratura era totale. Essa può anche sbagliare e comunque ogni indagato si dimetteva dalle sue cariche pubbliche per consentirle il libero giudizio e soprattutto evitare un conflitto istituzionale. Il senso dello Stato si esercita in questo modo, rispettando il corso della giustizia e pazienza se si viene assolti a distanza di dieci anni dalle accuse rivolte. Si rispetta la legge, esattamente come pretende la Repubblica democratica.
Da notare bene che c’era chi all’interno dell’ala riformatrice, sosteneva che i giudici dovessero essere quelli del re, in modo da assicurare il potere costituito dal voto popolare. Guarda caso, cotali professoroni fecero poi carriera politica nella Lega, quando quella giunse al governo. Rimembranze.
Bisogna quindi credere che gli esponenti della maggioranza si diano presto una calmata, perché, insomma, han già passato il segno. Buona volontà viene anche da parte del nuovo presidente della Anm, il quale ha assicurato che lo sciopero promosso dei giudici non è contro l’esecutivo. Non si è capito contro chi sarebbe, allora lo sciopero, forse contro i cittadini. In ogni caso, tutto dovrebbe tornare alla normalità dei rapporti fra politica e giustizia, con grande soddisfazione del Capo dello Stato. Un esempio di conciliazione nazionale è dato dalle celebrazioni del giorno della memoria delle foibe. Giusto onorarlo. Lo si fosse fatto nel 1970, la Jugoslavia di Tito ci avrebbe invaso e con qualche ragione visto che andrebbe anche ricordata un’occupazione italiana non proprio amabile.
L’unico rimpianto autentico tra il passato ed il presente è quello relativo all’Intelligenza artificiale. Pensare che meraviglia se Balzamo, Citaristi, Greganti, avessero potuto dichiarare che gli imprenditori i soldi non li davano a loro, ma ad un loro sosia, “il finto” Balzamo, “il finto” Citaristi, “il finto” Greganti, che impazzavano. Allora sapete come lo si sarebbe visto nascere un governo Meloni! Però mai dire mai. Ancora lo si può vedere cadere.
licenza pixabay







