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Una Costituzione romana

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
6 Febbraio 2024
in L'editoriale
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La questione Costituzionale romana che i repubblicani di Ravenna confronteranno mercoledì sera con quella italiana del 1948, merita la più grande attenzione. La costituzione romana non è un lascito ideale rivolto alla posterità e non ha nemmeno una qualche finalità teorica, Mazzini non era un dottrinario, quello era Marx. Già ricercato dalle polizie di mezza Europa non ha particolare interesse alle questioni giuridiche, non si difese nemmeno per lo scandalo della corrispondenza violata durante il suo esilio a Londra, fu il governo di Sua Maestà a farlo. La Costituzione è invece un passo politico concreto rivolto alla Francia. Non tanto per spiegare alle truppe francesi sbarcate ad Ostia, come si leggerà nei cartelli rivolti a loro sulla strada, che stavano per infrangere tutti i principi della loro Rivoluzione. Rivoluzionario giacobino era stato il giovane Nicolas Charles Oudinot, tenente dell’armata del Reno, poi generale di quella d’Italia a Rivoli e ad Arcole, Maresciallo dell’Impero a Wagram. Il figlio Victor, messo al comando della spedizione romana, era nato nel 1791. Del padre ricordava il giuramento alla restaurazione borbonica, giugno 1814. Quanto all’esercito francese, ahilui, di rivoluzionario non aveva praticamente più niente e Mazzini esule anche in Francia, lo sa perfettamente. La Costituzione romana era parte decisiva della trattativa di Mazzini con il presidente Luigi Napoleone Bonaparte, volta a garantire la persona del papa, fuggito dal Quirinale con la tonaca di un pretonzolo, tale la fifa che aveva addosso..

Ancora si discute dell’eccesso di flemma mostrato da Mazzini di fronte l’esercito francese alle porte. Gramsci lo deride per non aver convocato la piazza d’armi. Garibaldi sì che voleva colpire il contingente in campo aperto, mentre era in movimento, sicuro di annientarlo come aveva subito fatto con l’armata borbonica. Mazzini destituisce Garibaldi dal comando. Non vuole la guerra con la Francia e con che truppe e che armi poi l’avrebbe mai potuta sostenere, non scherziamo. Per questo Mazzini negozia un accordo con il suo vecchio sodale della Giovine Europa, giunto al governo grazie ai voti del cattolici francesi. Luigi Napoleone è più ateo e anticlericale dello Zio, ma è tenuto al rispetto degli impegni presi da una sciagurata nazione che dopo aver, nel massimo dello splendore, arrestato il papa, ha giurato di difenderlo a vita, una volta che la stella si è oscurata. La trattativa comunque era molto bene avviata, affidata a mani sicure, e prevedeva che il papa sarebbe potuto tornare con tutti gli onori al soglio di Pietro, solo quello però e la Francia, in più, avrebbe anche guadagnato una base militare negli ex Stati della Chiesa. Fine della neutralità, guerra all’Austria. Un’altra storia, anche perché tanto per converso, un conto è lo Stato che offre le guarantigie alla Chiesa, uno ben diverso quello che firma un concordato. A Roma Pasquino aveva scritto, “Napoleon cascò perché voi preti non sgozzò”. Anche Mazzini dovette capitolare e Luigi Napoleone stizzito, fu costretto a pensionare malamente l’Oudinot e far terminare la carriera diplomatica di Tocqueville appena iniziata. Mazzini non sottovalutò il generale in caccia di gloria, non c’era ragione di preoccuparsene. Ma non aveva alcuna idea delle trame di Tocqueville alle spalle del capo del governo francese, dal momento che nemmeno Luigi Napoleone le conosceva. Del resto Tocqueville è un equivoco storico portentoso. Approdato in America per non giurare ad un re costituzionale, promette un saggio sul nuovo sistema carcerario. Fa la bella vita e torna con un testo sulla democrazia che diventa un fenomeno letterario. Solo Cavour capisce davvero Tocqueville e sarà un suo emulo. Conte l’uno, visconte l’altro, erano fatti per intendersi.

E Tocqueville non aveva bisogno di conoscere la costituzione mazziniana per farsi un’idea del contenuto. Aveva visto la morte del suo amico Pellegrino Rossi, l’insurrezione armata, il sequestro dei beni della Chiesa, e peggio di ogni cosa le parole di Mazzini in Assemblea il dieci marzo, la “democrazia pura”. Cosa significava quel concetto se non il ritorno del suo incubo peggiore, il solo potere popolare. Un popolo che gli aveva sterminato la famiglia. Quando si recherà in parlamento a spiegare le ragioni della soppressione della Repubblica. le tribune vengono giù dalle risate. Tutta la Francia, tutta l’Europa, sapeva della giustizia sociale che caratterizzava la repubblica romana, tranne il visconte di Tocqueville. I vecchi repubblicani parigini invece erano indignati. Edgar Quinet gli disse a brutto muso, libera Chiesa in libero Stato? Tanto vale fare libero lo Zar in libera Russia.

Per il resto poi, certo, la Costituzione romana ricalca interamente la costituzione giacobina del ’93, i giudici nominati dai consoli, niente organismi suppletivi, nessun corpo intermedio, che pure non fu mai applicata. C’è però un elemento dirimente che concerne la durata del potere esecutivo, ogni tre anni va rinnovato a suffragio generale. Quella giacobina invece si rimetteva direttamente all’insurrezione popolare. Visti i tempi, vai a sapere quale sarebbe poi la migliore.

Tags: MazziniRoma
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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