La cifra di 50 congressi per il partito repubblicano italiano rappresenta un dato storico significativo. Partiti nazionali abituati a guardarci dall’alto, pensiamo alla Dc, al Pci, non esistono nemmeno più e come dire, i repubblicani hanno il legittimo orgoglio di essere sopravvissuti ad una tempesta. In compenso vi sono altre forze politiche che ritengono magari di poterci trattare con sufficienza. Alla forza dei numeri, salgono e scendono molto rapidamente, i repubblicani hanno sempre opposto quella della persistenza. Abbiamo ancora qualcosa da dimostrare, la nostra fonte vitale che affonda nelle Repubbliche più antiche e si riconosce in quelle più moderne, non si è certo esaurita, è il destino stesso della democrazia occidentale.
Apriamo il nostro congresso con il tempo peggiore. C’è una guerra in corso e le avvisaglie di un difficile passaggio per un governo che noi, con il nostro segretario nazionale, Corrado De Rinaldis Saponaro, abbiamo auspicato per primi nel paese. Solo ieri un collega molto brillante insinuava sul suo quotidiano come il piglio marziale assunto dal presidente del Consiglio, fosse anticipatore di una diversa destinazione del premier. Su un altro quotidiano, un cronista parlamentare molto affidabile riportava il commento di un anonimo ministro del governo che diceva, “lui si è stufato di noi e noi di lui”. Tutto questo è possibile. Draghi non ha una carriera politica alle spalle e potrebbe benissimo non essere interessato a costruirsene una. Non vive con la politica, Draghi.
Quando la segreteria nazionale del Pri propose la presidenza Draghi era un’epoca in cui il Paese stava appresso al nuovo Re Sole, Giuseppe Conte. Uno che fatto il bilaterale con i cinesi e imposto il coprifuoco in pandemia, faceva arrivare l’esercito russo in Italia, mancava dal 1812, e gli consegnava il virus vivo. Ora Conte è lì che non vuole manco l’inceneritore a Roma, i cittadini continuino a nuotare nella loro immondizia. L’Ucraina? Meglio armarla con le fionde. Questo era il presidente del Consiglio italiano, prima di Draghi.
Draghi è stato invece lo stratega del “Weaponisation of finance”, “La trasformazione in arma della finanza”, come ha scritto il “Finantial Times”, un presidente del Consiglio così interprete della linea di condotta occidentale da far dimenticare persino Giovanni Spadolini. Nessuno sembra che si aspettasse tanta determinazione da parte dell’Italia, i russi li abbiamo sentiti con il loro ministro degli esteri sono sgomenti, esclusi noi repubblicani che abbiamo proposto Draghi alla prima occasione utile.
Il precedente congresso nazionale del partito aveva nella sua mozione conclusiva messo all’indice populismo e sovranismo. Possiamo riprendere facilmente il discorso d’allora. L’Italia non può essere sovranista perché fa parte di un contesto di alleanze internazionali che le impongono dei vincoli di comportamento. Può ridiscutere questi vincoli, Draghi ha parlato di riformare i trattati europei perché le nuove condizioni lo richiedono. Ma Draghi non ha mai pensato di eluderli, per la semplice ragione che un paese con le nostre dimensioni e la nostra popolazione, senza un contesto di garanzia internazionale, si trasformerebbe in una preda o in predatore, come è sempre stato nella sua storia. A questo serve anche un partito repubblicano, a ricordarla. E poi ovviamente a qualcosa di più importante, ovvero a come portarla avanti.
È possibile che Draghi sia stato un miracolo nel deserto della politica italiana, ma la sua politica repubblicana, liberale, occidentale, ha dato una scossa alla palude in cui l’Italia stava affondando. Noi non abbiamo particolari legami alla sua persona, a cui auguriamo la miglior vita possibile. Teniamo invece alla visione dei problemi avuta dal suo governo che è la stessa nostra. Questa visione, questa agenda di riforme e coraggio che occorre mantenere in questo scorcio di legislatura e riproporre nella prossima che si aprirà, il nostro compito prioritario. Per lo meno sino al 51 esimo Congresso.






