In amministrazione controllata andrebbe messa la classe politica italiana che trova il tempo di occuparsi di un giurì d’onore parlamentare, non si conoscono precedenti che riguardano presidenti del consiglio della Repubblica, prima di questo. Un anacronismo ridicolo che si consuma proprio mentre rischiamo di perdere l’ultima eccellenza dell’industria pesante in Italia. Considerato che l’Ilva era un colosso europeo di rilievo mondiale nemmeno l’artiglieria russa sarebbe stata capace di compiere un simile capolavoro di indebolimento strategico economico del paese. Mentre la Nato mobilita 90 mila uomini, si estendono almeno due guerre limitrofe al Mediterraneo, i principali paesi europei discutono di riarmo, l’Italia sta per dire addio all’acciaio.
L’onorevole Calenda se ne è lavato le mani, lui era stato l’unico ministro che aveva compreso l’importanza di uno scudo penale per richiamare un qualche investitore e sicuramente oggi avrà pure ragione nel far ricadere le colpe su un governo Conte. Conte ha chiuso un paese, figurarsi cosa gli possa importare se l’Ilva rimane aperta o meno, è la decrescita felice che si avvera. Solo che il problema di una politica industriale non è di dare giudizi su chi la compromette, quanto di indicarne una da realizzare al più presto e se il rischio è, come sicuramente Calenda ha ragione, di ritrovarci presto di fronte ad una nuova Bagnoli, la priorità deve essere quella di impedire una simile prospettiva di degrado. Per non dire che è inutile stare a fare battaglie sul salario minimo quando potrebbe sparire un intero comparto industriale, ed è solo Calenda quello che se ne rende conto. Non ha ragione infatti l’onorevole Schlein di preoccuparsi per le armi che possono essere date ad uso di crimini di guerra. L’Italia di questo passo, potrà fornire giusto cerbottane.
Bisogna poi ancora cercare di capire quale sia esattamente la strategia del governo che non sembra più consapevole della questione più di quanto lo fosse quello Conte. ArcilorMittal, hanno detto i ministri competenti, non ha mantenuto nessuno degli impegni presi. Benissimo e quindi cosa si intenderebbe fare? Perché ArcilorMittal non sia riuscita a svolgere una funzione adeguata, non è detto che vi riesca Invitavia o chi per lei. Per lo meno appare curioso che un governo che a parole sostiene le privatizzazioni, poi voglia rendere pubblico un colosso che è sempre stato privato. Servirebbe Beneduce quando abbiamo conosciuto Arcuri. Sono sicuri i signori ministri di disporre delle competenze sufficienti per gestire una simile impresa? E con che soldi? A vedere le casse del governo forse ad ArcilorMittal bisognava fare ponti d’oro, altro che liberarsene. Poi non conosciamo i dettagli contrattuali, ma visto che gli indiani, non hanno l’anello al naso ed hanno già speso due miliardi, potrebbero aprire a loro volta un contenzioso giuridico. Per cui non è solo detto, caro onorevole Calenda, che l’Ilva finisca come Bagnoli, ma che pure lo Stato italiano debba risarcire ArcilorMittal. Tanto per avere chiaro il quadro.







