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Il Diavolo fa le pentole, Ceccanti i coperchi

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
29 Marzo 2024
in L'editoriale
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L’onestà intellettuale è merce sempre più rara nella vita politica, e pure indispensabile a quella chiarezza che consente di comprendere davvero le posizioni che la animano. Per queste ragioni occorre essere grati al senatore professor Stefano Ceccanti che da qualche settimana spiega come l’idea del premierato prenda vita dal socialista francese Maurice Duverger e dal Club Jean Moulin che venne sconfitto in Francia dalla proposta semipresidenzialista di de Gaulle. Duverger ebbe invece fortuna in Italia dove venne riproposto nella Tesi 1 dell’Ulivo, alla Bicamerale d’Alema, nei testi di Cesare Salvi e, in tandem, di Armando Cossutta e Fausto Bertinotti. Tutti costoro insieme poi agli esperti dalla Commissione del Governo Letta avrebbero rilanciato per l’Italia, un modello già perdente in Francia.

Per cui nulla dovrebbe ostare il progetto di riforma costituzionale del governo da parte dell’opposizione legata al partito democratico. L’obiettivo è quello di voler individuare un governo eletto direttamente dal popolo, tanto è vero che l’onorevole Bersani, non lo ricorda Ceccanti, lo ricordiamo noi, da segretario del Pd chiedeva un governo uscito dalle urne la sera del voto, come oggi chiede l’onorevole Meloni. Per riuscirvi, Ceccanti ha appena scritto in un articolo su Liberiuguali, servirebbe “una qualche forma di coinvolgimento popolare formalizzato nella scelta della maggioranza e del relativo Premier”. La tesi di Ceccanti è nota da tempo, egli ritiene l nostro sistema soffrire “di una difficoltà ad attenersi alle convenzioni più importanti che consentono alle forme di governo parlamentari di funzionare con modalità che coinvolgano il corpo elettorale nella genesi e nel mantenimento di Governi di legislatura”. Da qui la soluzione “del premio a coalizioni pre-elettorali per rendere il cittadino arbitro della scelta sui Governi”, Restano dunque valide le riflessioni di Ruffilli, dal momento che nelle elezioni del, 2013 e del 2018, gli esecutivi “di genesi partitica post-elettorale hanno avuto durata breve e non sono stati guidati da colui che era stato indicato prima del voto agli elettori dal primo partito”. In pratica, l’onorevole Meloni la pensa uguale al senatore Ceccanti e alla sua scuola, mentre semmai non si capisce cosa pensi l’onorevole Schlein.

Ceccanti poi va molto oltre l’onorevole Meloni, Egli vuole disincentivare le crisi dell’esecutivo che ha le vinto elezioni. Per quanto padre del sistema usato per Comuni e Regioni, che prevedono elezioni automatiche ad ogni crisi, Ceccanti riconosce che simile soluzione a livello nazionale sarebbe “troppo rigida” . Per questo meglio evitare un’indicazione del Premier e puntare su quello che lui chiama “un Premierato non formalmente elettivo”. Basterebbe utilizzare, spiega Ceccanti, “quattro articoli chiave della Legge Fondamentale tedesca come facevano anche, con qualche adattamento, Cossutta e Bertinotti”: Dal momento poi che lo stesso presidente Casellati ha detto che nessuno vuole necessariamente indicare il nome del premier su una scheda, dovremmo essere a buon punto. La riforma voluta dal governo ha trovato chi la condivide, anzi chi l’ha già elaborata da 28 anni, l’Ulivo.

Con tutto il profondo rispetto per la coerenza del professor Ceccanti, che non si fa abbagliare dalle etichette per mettere in difficoltà la parte avversa, ammesso che egli abbia compreso a fondo la necessità di stabilizzare la forma di governo, resta una sola obiezione, ovvero che la nostra legge fondamentale è quella italiana, non quella tedesca. Una volta cambiato il sistema elettorale, modificato il titolo V, transitate le Disposizioni Finali, abbattuto la forma del governo, ovvero tutta la parte seconda, della vecchia carta costituzionale resisterebbe più o meno la prima parte e vi sarebbe da discutere anche su quella, visto come è stato ridotto il ruolo dei partiti. Al che non sarebbe più onesto, più serio, più etico, invece di continuare modifiche a spizzichi e bocconi, dove ci si scontra a cornate in uno spettacolo impietoso, convocare un’Assemblea Costituente? La sede idonea dove presentare un progetto organico e complessivo di riforma. Ceccanti sarebbe in grado di scriverlo e chi vuole invece mantenere una repubblica parlamentare come quella istituita nel 1948, di opporsi. Questo senza tirare in ballo destra e sinistra che pari sono nello sfascio costituzionale della nazione.

pixabay cco

Tags: CeccantiMeloni
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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