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Un’idea diversa di democrazia

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
30 Marzo 2024
in L'editoriale
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Lo storico più reazionario sarà pur sempre d’accordo, magari suo malgrado, nel riconoscere nel popolo il vero soggetto attivo della rivoluzione. Il primo ad avere qualche dubbio a riguardo è Simon Schama che alla fine del secolo scorso si accorge dallo studio delle carte che nella famosa giornata del 10 agosto la maggioranza dei parigini sta a casa ed in bottega. Schama ha la conferma della testimonianza di Bonaparte che presente agli avvenimenti, sostiene che una sola batteria in mezzo al Carrousel sarebbe stata sufficiente a fermare l’insurrezione. Per cui il giorno della caduta della monarchia in Francia vede protagonisti non più di un migliaio di persone, forse meno. La forza d’urto principale fu il battaglione di marsigliesi, guidato dal girondino Barbaroux, a cui restano due anni scarsi di vita ed il resto si deve alle sezioni più agguerrite di Parigi, quella dei Gravilliers sicuramente, che conterà. al massimo della sua potenza. trecento iscritti dei quartieri operai. La giornata viene decisa dalla guardia nazionale che si rivolge contro gli svizzeri.

Victor Hugo scrive nel suo romanzo ’93 che Robespierre aveva paura solo dell’Arcivescovado, la sede direttiva delle sezioni parigine più radicalizzate di cui si conoscono appena i protagonisti che vi si incontravano. Fournier, “l’americano”,, un commerciante fallito tornato dalle Americhe, estremisti come l’ex prete Jacques Roux, presumibilmente il capitano Laclos. La mobilitazione popolare passava da loro ed altri come il birraio Santerre. Su quattro identificati, per tre di loro il denaro, rappresenta la principale attrattiva. Laclos, che sarà autore conosciuto in futuro come lo è Dumas, è un agente del duca d”Orleans, uno degli uomini più ricchi di Francia. Per cui se hanno ragione coloro che da Michelet a Cochin ritengono il movimento giacobino una macchina capace solo di accompagnare la furia rivoluzionaria e i suoi capi delle marionette, alla guida della macchina, i burattinai, sono gli agenti del duca, il quale ha un interesse particolare sovrastante quello generale, nella caduta del re. Luigi Filippo voterà la morte del cugino per prenderne il posto. I moti nelle vie parigine, la presa della Bastiglia, la marcia su Versailles, la notte del 2 giugno, non sono episodi di spontaneità popolare. Sono eventi preparati a tavolino dalla regia finanziaria del duca. La giornata del 10 agosto vede invece per la prima volta protagonista la Gironda che si vuole liberare della monarchia per governare da sola. Mentre nel settembre dello stesso anno, appare finalmente sulla scena del moto popolare Danton. La Gironda viene ingannata da Danton credendo che il massacro delle carceri sia opera di Marat e Robespierre, quando invece fu Danton e lo stesso governo girondino ad averne la responsabilità piena con il suo ministro Roland. Marat e Robespierre sono solo dei teorici. Robespierre per la verità, sempre contrario all’eccidio, Marat preoccupato di prevenirlo. Il contrario di quello che si racconta.

Questa ricostruzione è necessaria per capire che nemmeno nella grande rivoluzione c’è davvero un popolo protagonista che non sia indotto dalla forza del denaro del Duca, il grande corruttore dell’ideale pubblico. Robespierre è chiamato Incorruttibile perché è l’unico di tutti i protagonisti della rivoluzione a non risultare sul libro paga del duca di Orleans. La rivoluzione popolare è solo un mito, il popolo rivoluzionario in effetti esiste in Francia ma nell’esercito alle frontiere. Il popolo vero si mobilità in Vandea contro la Rivoluzione. Tempo qualche anno e sarà l’esercito che subentrerà alla chiusura dei club. Il popolo di Parigi tornerà subito passivo finito il potere del duca, decapitato nel novembre del ’93. Da quel momento, moti di piazza si registreranno solo a termidoro nel 1794 contro i massimo dei salari, cioè per un’altra questione economica. Alle campane a martello della Comune risponderà solo la sezione dei Gravilliers. l’Arcivescovado è scomparso. “La rivoluzione è congelata”, scriveva Saint Just, qualche mese prima, quando morto il duca d’Orleans nessuno più spargeva i suoi denari. Karl Marx considerava la rivoluzione francese un fenomeno interamente, borghese, ed aveva ragione. Le masse sono una suggestione, come lo saranno in quella russa. Sono gli apparati che fanno la differenza..

La Rivoluzione segna invece la dottrina democratica con l’istituzione del governo giacobino. Marat voleva un dittatore, ma si guarderà sempre dall’indicarlo. Il governo assume invece una forma di comitato che va rinnovato continuamente e che si deve comunque presentare al parlamento, alla Convenzione. Il potere non è nel governo, è nella Convenzione, quando si dice che Robespierre è un tiranno si dice una sciocchezza. La Rivoluzione che si vuole comunque popolare, non ammette un capo. L’idea democratica giacobina è quella che insegna a diffidare del potere costituito concentrato in poche mani. Se il potere si concentra, le mani ,o la testa, si tagliano. Per questa ragione Bonaparte era convinto di essere più odiato dai giacobini che dai realisti perché lui aveva infranto l’idea rivoluzionaria con il consolato a vita. Guardate la durata dei consoli nel testo costituzionale della Repubblica romana, meno di cinquant’anni dal18 Brumaio. I consoli, eletti nel numero di tre, durano tre anni. Esiste dunque un’idea diversa della vita democratica, per cui il governo non deve essere affatto stabilizzato sulla base della legge, al contrario esso deve essere stabile solo sulla esclusiva base della sua capacità politica.

Chi poteva imporre al popolo sovrano di tenersi sul groppone cinque anni un governo incapace, solo perché lo ha scelto una notte, quando bisogna sbarazzarsene dopo sei mesi? Questa è l’idea su cui si poggia la Repubblica parlamentare. L’autorevolezza, il prestigio. non dipendono dalla legge. Bonaparte sarà infatti costretto a passare da una guerra all’altra poveretto per affermarsi, indipendentemente dalla consacrazione ricevuta. Il popolo francese, meglio di quello italiano, magari non si mobilitava volentieri come si crede. In compenso sapeva giudicare la stoffa dei suoi governi.

Domaine de Vizille MDRF

Tags: MicheletOrleans
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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