A ridosso dei due turni delle elezioni legislative francesi lo scenario politico istituzionale appare estremamente frammentato e polarizzato. In questo quadro di fronte alle criticità di alleanze troppo eterogenee, tanto a destra quanto a sinistra, e di leadership troppo divisive, emerge chiaramente che l’esito della sfida attuale sarà affidato alla capacità di fare sintesi di figure di frontiera in grado di avviare una fase di superamento tanto del populismo lepenista e melanchonista, quanto del macronismo, ormai esausto e sfiancato dalla sua funzione di movimento “obbligato a governare”. Uno scenario complesso che però va letto e analizzato anche alla luce delle dispute statunitensi che già dalle prime avvisaglie sembrano prefigurare un rapporto transatlantico se non critico, quanto meno turbolento. Per meglio analizzare questo scenario abbiamo intervistato l’ambasciatore Sergio Vento, già ambasciatore in Francia e negli Stati Uniti, consigliere del ministro degli esteri De Michelis e di numerosi presidenti del Consiglio tra cui Silvio Berlusconi e Lamberto Dini, che sulle dinamiche transalpine in più occasioni ha offerto sintesi definitive.
Ambasciatore Vento, a ridosso delle elezioni legislative francesi come valuta lo stato del panorama politico-istituzionale transalpino?
Lo scenario politico francese a ridosso dei due turni delle elezioni legislative appare sostanzialmente dominato dal primato dei movimenti rispetto ai partiti tradizionali. A destra con il Rassemblement National e i dissidenti Repubblicani; a sinistra con il Nouveau Front Populaire, che raccoglie le varie anime della gauche francese; al centro con le forze moderate che compongono la coalizione del presidente della Repubblica (Ensemble pour la Republique), guidata da Gabriel Attal. Tutte coalizioni caratterizzate da movimenti estremamente fluidi, polarizzati e con forti componenti personalistiche.
Quali sono i principali nodi del Nouveau Front Populaire?
Il NFP, che raggruppa i principali movimenti della sinistra (dai socialisti ai verdi, dai progressisti ai comunisti), è tanto composito quanto eterogeneo. Tale coalizione riflette, infatti, le numerose e storiche frammentazioni della sinistra francese oltre che la profonda eterogeneità delle forze che la compongono. Il NFP, infatti, si pone più come un cartello meramente elettorale, piuttosto che come una vera coalizione di governo; basti pensare, ad esempio, al suo interno alle differenze tra La France Insoumise di Melanchon e Place Publique di Glucksmann sulla questione israeliana…
E invece come vede lo stato di Ensemble?
La coalizione di Macron è, invece, più omogenea e si attesta intorno al 21-22%, forte di una “drammatizzazione” del voto alimentata dallo stesso presidente e dai suoi esponenti principali, in primis l’ex primo ministro Attal. Quest’ultimo però ha cercato di ritagliarsi una sua autonomia, con abile finezza, rispetto al macronismo ortodosso, presentando la sua leadership non come un mero voto per la continuità delle politiche presidenziali, ma come una vera e propria alternativa centrista alle destre e alle sinistre.
Per quanto riguarda, invece, la condizione delle destre?
La droite appare ancora divisa tra la corsa irrilevante e solitaria di Zemmour e la spaccatura tra le due anime dei Les Republicains. Allo stesso tempo RN sta tentando di creare una coalizione con i dissidenti Repubblicani di Eric Ciotti sotto la guida del giovane, e più presentabile, Jordan Bardella. Una scelta quella di Ciotti che può essere, tra l’altro, inquadrata secondo logiche elettorali con l’obiettivo di far rieleggere nei collegi meridionali, come Lione, Marsiglia e Nizza, i propri rappresentanti, che però sembra non essere in grado di ottenere una solida maggioranza parlamentare.
Quali scenari vede possibili?
Non c’è al momento nessuna formazione che sia in grado di governare da sola, né ve ne è una che sia disposta, salvo clamorosi e improbabili rovesci elettorali, a sostenere un eventuale governo Bardella. Infatti, nonostante una componente dei Repubblicani, che fa capo a Eric Ciotti, voglia seguire i lepenisti per formare una coalizione di Destra, ciò non sembra garantire una maggioranza adeguata. Anche perché si tratta solo di una parte della destra gollista dato che la maggioranza dei Repubblicani, sotto la guida di Anne Genevard, esclude un governo con il RN. In questo senso sembra esserci solo uno scenario fattibilile…
Quale potrebbe essere, quindi, l’esito post elettorale?
L’unica vera coalizione possibile è a mio avviso, solo quella tra Ensemble e la parte meno inquietante della gauche francese (pensiamo ai socialisti o al movimento di Glucksmann, tra gli altri). Una convergenza che potrebbe realizzarsi attorno ad una personalità capace di unire queste due anime, come potrebbe essere il sindaco di Havre, Edouard Philippe, che fu un popolare primo ministro durante la presidenza Macron (e che anche per questa popolarità fu allontanato dall’Eliseo che pur lo aveva designato…). Philippe col suo movimento Horizons potrebbe essere una valida alternativa centrista capace però di guardare a sinistra, al posto di Attal. Anche perché nonostante sia stato membro dei Les Republicains durante la leadership di Juppé, Philippe proviene dalle file socialiste moderate di Fabius oltre che essere in grado di intercettare il placet dei popolari e dei moderati. Potrebbero, però, aspirare a questo ruolo di garanti di una alleanza larga di centrosinistra anche figure come Thomas Cazenave, già ministro dell’interno di Hollande (tra il 2016 e il 2017) e ora esponente di Reinassance, oppure, (anche se mi sembra una eventualità poco probabile) lo stesso Hollande che, da ex presidente della Repubblica, si è candidato alle legislative. In questo senso tali figure avrebbero il compito di amalgamare una compagine di governo molto eterogenea unita soprattutto per un verso da una comune adesione ad uno spirito repubblicano laico, europeista e moderato e per altro verso dalla necessità di realizzare un “barrage” contro l’estrema destra. Costruendo così una maggioranza a Palais Bourbon che unisca macronisti, centristi, ex repubblicani, verdi, movimenti centristi e socialisti capace di isolare il RN.
Esclude quindi una coabitation?
I lepenisti anche con i Repubblicani non riuscirebbero a raggiungere una maggioranza solida di governo, rendendo quindi più probabile una saldatura tra centro e sinistra, anche se con le sue contraddizioni. È pure vero che Bardella e ora anche la stessa Marine Le Pen hanno annacquato e ammorbidito il loro volto anti-sistema, cercando di presentarsi -anche se con estrema difficoltà- più compatibili con i valori europei e repubblicani, ma ciò non sembra ancora bastare. In ogni caso anche di fronte ad uno stravolgimento elettorale il problema non sarà solo di come i lepenisti si potranno adattare alle piattaforme europee e nazionali. Ma di come si potranno adattare le piattaforme europee a quelle americane qualora vincesse Trump alle prossime presidenziali. Un problema ben più significativo…
Ovvero?
Il presidente Biden dopo l’ultimo dibattito televisivo si è presentato più “uscente” del previsto nel parere generale. Una sconfitta che secondo alcuni va collocata in un calcolo di certi ambienti democrat che hanno mostrato strumentalmente tutta la “fragilità” di Biden. O per fare passare la formula della sostituzione del candidato oppure per avviare la designazione alla Convention Democratica di un numero due (o di “una” numero due soprattutto) forte capace di controbilanciare le debolezze del presidente e anche in grado sostituirlo a lungo termine. Ma qui entreremmo nei calcoli e nelle tattiche della Beltway che non mi sembra il caso di affrontare… Va però capito che una riconferma di Trump, ridefinirebbe i rapporti transatlantici, che oggi vengono dati sempre più per scontati. Rendendo necessario rileggere anche i risultati europei secondo un’altra chiave. Le elezioni francesi vanno quindi inserite e collocate in un quadro di un rapporto transatlantico che, in ogni caso, si prefigura profondamente turbolento e per nulla scontato.
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