«La scossa globale. L’effetto-Trump e l’età dell’incertezza» (Rizzoli) di Maurizio Molinari, giornalista e già direttore della Stampa e di Repubblica e che proprio sulla voce repubblicana ha iniziato il suo percorso giornalistico, è un viaggio dentro l’età dell’incertezza. Dove l’effetto-Trump non è un episodio ma l’innesco di un ribaltamento strategico: da Washington a Mosca, da Pechino al Medio Oriente, tutto si muove travolgendo i vecchi ordini e poteri costituiti. Molinari prende la mappa del pianeta e la capovolge in un atlante acuto e fulminante che mostra come la vittoria Maga, il nuovo mercantilismo americano, la competizione con Russia e Cina e il ritorno delle sfere d’influenza stiano travolgendo alleanze, mercati e istituzioni nate nel dopoguerra. Uno scenario in cui l’imprevedibilità da fattore critico diventa strumento di governo, e il potere politico si riprende con prepotenza i propri plasmando brutalmente quello economico. Il merito del libro è mettere in fila i fatti con schietta lucidità: guerre ibride, leadership tribali, nuove risorse contese, instabilità permanente. È un reportage geopolitico che non concede illusioni: il mondo che conoscevamo è archeologia, quello che arriva, costretto nel pendolo tra il rischio della terza guerra mondiale e una nuova Yalta, chiede duttilità. E capire le scosse è l’unico modo per restare in piedi.
– Maurizio Molinari, partiamo dall’inizio: perché “scossa globale” e quali sono le conseguenze dell’effetto Trump in questa nuova età dell’incertezza?
La “scossa globale” del titolo del mio libro si riferisce alle conseguenze portate dalla rielezione di Donald Trump che ha rotto i paradigmi consolidati. Per trent’anni, dopo la fine della Guerra fredda, l’ordine internazionale è stato difeso dagli Stati Uniti assieme all’Europa, mentre Russia e Cina tentavano di modificarlo. Con Trump, invece, anche Washington inizia ad avere delle ambizioni che riscrivono il ruolo internazionale degli USA (specie rispetto al rapporto con l’UE) e gli equilibri tra le nazioni. Ci troviamo, quindi, di fronte ad uno scenario in cui tutte e tre le maggiori potenze – Stati Uniti, Cina, Russia – svolgono un’azione revisionista. L’ordine internazionale viene così sospeso e rimarrà tale finché non si raggiungerà un nuovo equilibrio tra questi tre attori in forte competizione tra loro sul piano politico, tecnologico ed economico.
– Cosa dobbiamo aspettarci?
Ci sono tre scenari aperti: una competizione crescente che può generare forti conflitti tra le grandi potenze; un accordo sulle nuove sfere di influenza (tramite una nuova Yalta); oppure la prosecuzione dell’attuale fase di conflittualità economica e politica diffusa, con un tutti contro tutti senza tregua.
– E l’effetto Trump in questo quadro?
Gli Stati Uniti stanno trattando questa fase con una strategia basata sull’imprevedibilità. Trump lascia aperta ogni opzione, sempre e con chiunque. È passato dalla minaccia di un intervento militare contro Maduro al negoziato segreto con Caracas, dal bombardamento delle installazioni iraniane all’apertura verso Teheran, dai super-dazi contro la Cina ai tavoli di trattativa con Xi. Lo stesso con la Russia: alternando minacce nucleari e negoziati sotterranei con Mosca sull’Ucraina.
Come ha ben riassunto il Washington Post, ciò che distingue Trump è che non vuole nemici permanenti. Per difendere gli interessi statunitensi adotta, infatti, un approccio radicalmente diverso da qualsiasi altro presidente: il primato dell’imprevedibilità. Tanto con gli alleati quanto con gli avversari.
– Un ritorno alla logica di Lord Palmerston, per cui “non esistono amici o nemici permanenti ma solo interessi permanenti”?
Esattamente. Con una differenza rilevante: l’interesse nazionale americano non è definito da una convergenza tra istituzioni – think tank, Congresso, Casa Bianca, Federal Reserve – né da tradizioni o consuetudini, ma direttamente dal Presidente. È Trump a stabilire cosa sia l’interesse degli Stati Uniti. L’esempio più eclatante è l’assoluzione politica di Mohammed bin Salman per l’omicidio Khashoggi: l’intelligence sostiene una tesi, ma Trump ne afferma un’altra e quella diventa la posizione ufficiale.
Questo rafforzamento del potere esecutivo a scapito dei contrappesi istituzionali non riguarda solo gli USA: è una tendenza comune a molte democrazie.
– Giulio Sapelli parla di “rivoluzione culturale americana”, Sergio Vento di un “nuovo nazionalismo neoprotezionista”. Come definisce il nuovo corso del presidente USA?
Trump risponde alle istanze del suo movimento, che è ben diverso dal vecchio Partito Repubblicano (il Gop). Le tre priorità sono chiare: reindustrializzare gli Stati Uniti invertendo le conseguenze della globalizzazione (specie contro la Cina); lotta senza tregua verso l’immigrazione illegale (anche se con aperture significative verso quella legale); e l’uso della forza militare non per combattere guerre infinite, ma per impedirle e obbligare gli altri a fermarsi.
– Cosa tiene assieme questi tre indirizzi?
Il filo conduttore è il ritorno all’unilateralismo americano, a quella identità pre-wilsoniana degli USA: primato degli interessi americani, protezionismo economico, controllo dei confini. Il termine che meglio definisce questo approccio e che descrive plasticamente l’America di oggi è “neomercantilismo”: concentrarsi sul ritorno della ricchezza entro i confini nazionali e competere con la Cina sul terreno dove Pechino è stata più forte.
– Lei parla di una stagione neomercantilista globale, non solo americana.
Sì, perché oggi l’economia torna ad essere gestita direttamente dagli Stati e ciò esalta il ruolo dei leader politici. Gli accordi tra Trump e Xi, o tra Trump e von der Leyen, non nascono da lunghe trattative tecniche tra ministeri, sherpa, consiglieri: sono negoziati personali. Paradossalmente assistiamo così al ritorno della politica, che piega brutalmente l’economia ai propri obiettivi. E colpisce, ancora di più, che un uomo che viene dal mondo degli affari come Trump rappresenti invece il ritorno della centralità dei leader politici.
Anche i dazi, nella logica trumpiana, non sono una protezione, ma una leva per ottenere dei risultati politici: contro l’Europa, ad esempio, sono serviti a spingerla ad aumentare il peso della spesa militare nella NATO.
– Una sorta di nuovo cesarismo politico ed economico…
In parte si. Questa centralità ci pone di fronte a delle leadership tribali, che costruiscono attorno a sé identità politiche granitiche di cui loro stessi sono l’incarnazione: Trump e il movimento MAGA, Putin e la visione euroasiatica, Xi e il confucianesimo tecnologico, Modi e l’India profonda dei villaggi, Erdogan e il neo-ottomanesimo, Netanyahu e la sopravvivenza nazionale, Milei e la demolizione dello Stato peronista. La diplomazia si personalizza: le relazioni internazionali passano così attraverso il rapporto fra i leader -portatori di un’idea tribale del potere – e non più dalle burocrazie.
– In questo quadro nuovi leader regionali sembrano muoversi su più scacchiere…
Poiché Cina, USA e Russia non riescono a trovare un loro equilibrio si crea lo spazio per l’ascesa di potenze medie. Così è successo anche, in modi diversi, nell’Ottocento e nel Novecento.
Turchia e India sono le due potenze medie decisive dell’epoca attuale. In quanto oscillano tra le tre maggiori difendendo il proprio interesse nazionale. La Turchia vuole tornare a essere nel Medio Oriente il riferimento del mondo sunnita, contendendo alla Arabia Saudita la leadership regionale. È una potenza economica e militare, ricca di importanti risorse, con una visione ideologica chiara: il neo-ottomanesimo.
L’India fa lo stesso in Asia del Sud, oscillando tra Washington, Mosca e Pechino.
Entrambe possono permettersi questo gioco perché sono indispensabili nei rispettivi quadranti e le grandi potenze non possono fare a meno di loro.
– E l’Europa? Resta fuori da questa dinamica?
L’Europa ha una leadership collegiale, per definizione, che è l’opposto di quella tribale. Con 27 stati che decidono all’unanimità è difficile avere un leader che parli a nome dell’Unione.
– Che fare?
Da una parte servono delle riforme per superare questo meccanismo in modo da arrivare al voto a maggioranza, ma, d’altra, soprattutto serve maggiore leadership politica. Mancano figure come Mitterrand o Kohl. Così, inevitabilmente, si impone il paese più grande e centrale: la Germania. Nonostante il cancelliere Merz esiti a rivestire questo ruolo, che piaccia o meno, tutti – dagli USA alla Cina, fino alla Russia – vogliono interagire principalmente con Berlino.
– E in questo nuovo grande gioco che ruolo può svolgere l’Italia?
Bisogna riconoscere alla Meloni che lei ha scelto una collocazione chiara e coerente: un approccio atlantista e un ruolo di ponte tra Europa e Stati Uniti. Meloni, prima con Biden e ora con Trump, ha difeso infatti l’importanza dell’unità dell’Occidente (ricordiamo quando disse alla Casa Bianca “Make West Great Again”) con una strategia che sta assegnando all’Italia un ruolo certamente non marginale. Un approccio conciliatorio che è convergente con quello di Merz, ed opposto alle scelte della Spagna di Sanchez e della Francia di Macron che invece credono in una contrapposizione tra le due sponde dell’Atlantico. In questo senso c’è poi un’altra sintonia strutturale con Washington: anche lei crede nel rafforzamento dell’esecutivo, nella centralità del leader.
– Quindi c’è una continuità istituzionale oltre che geopolitica?
Sì. Meloni ha posizionato l’Italia in modo coerente con la nostra tradizione: al centro del rapporto tra Europa e Stati Uniti. È ciò che hanno fatto Draghi e altri premier. Per questo, quando il centrosinistra critica la politica estera della Meloni, sbaglia bersaglio: il vero punto debole del governo è, invece, l’economia.








