Il sette luglio del 1849 Mazzini, caduta la Repubblica, è ancora a Roma. Ha saputo della morte di Mameli il sei. Da allora vaga per le strade a capo scoperto con i francesi in città dalla giornata del tre. Mameli è solo l’ultima dolorosa vittima della miglior gioventù italiana spazzata via in poche settimane. Morosini era già un veterano a soli 19 anni. Enrico Dandolo ne aveva 22, Manara con i suoi 24 appare un vecchio, Masini, che addirittura ne aveva dieci di più, nessuno più lo piangeva. A Roma si è azzerata la futura classe dirigente del paese e i sopravvissuti dispersi potrebbero abbandonare la lotta, cancellare in un colpo il sogno della rivoluzione coltivato per tutto il 1848.
Alcune cronache d’epoca sostengono che il 3 giugno, giorno della sua morte, Masini richiamato al Giancolo, imprecasse contro Mazzini per non aver consentito di rigettare a mare la soldataglia francese appena sbarcata. Mazzini aveva proprio dato un ordine opposto, che non venisse disturbata. Masini, comandante dei lanceri, ignorava lo stato delle trattative in corso con il governo francese, della possibilità concreta di portarle a buon fine. Importante era evitare provocazioni e dar luogo a risentimenti. Garibaldi attaccando subito le avanguardie francesi e sconfiggendole fece un precipizio. Mazzini sperava che quella scaramuccia non sarebbe stata decisiva e in effetti Luigi Bonaparte aveva subito accettato una tregua. Disgraziatamente Oudinot a Civitavecchia ed il nuovo ministro degli esteri a Parigi, Tocqueville, volevano la fine della Repubblica, il primo per ragioni di orgoglio ferito, il secondo, discendente di Malesherbes, il difensore del Capeto, perché vedeva lo spettro del giacobinismo perseguitarlo ovunque.
Luigi Napoleone Bonaparte, una famiglia elevata dalla Rivoluzione, figlio di Luigi re di Olanda, rivoluzionario lui stesso, invierà furente il suo ministro alle Camere da solo a spiegare le ragioni del misfatto, per licenziarlo subito dopo. Pensionerà in anticipo l’Oudinot, figlio di un Maresciallo di Francia. fatto dallo zio duca di Reggio. Oramai il danno era irrimediabile. Mazzini romperà con Garibaldi, un altro suo fedelissimo. I due da quel momento prendono strade diverse e quando si rincontreranno a Napoli nel 1860 sono oramai irriconciliabili. Tutto a causa del fallimento dell’avventura romana. Mazzini lascerà Roma come un fantasma. Si rianima a sessant’anni quando dall’esilio inglese è pronto a buttarsi a capofitto in un nuovo tentativo insurrezionale. Finirà denunciato e prigione a Gaeta mentre i Savoia entrano a Roma con la fanfara.
Mazzini vide disgregarsi ulteriormente i suoi sostenitori romani. Rosolini Pilo muore in Sicilia, Crispi passa ai Savoia, Orsini si da al terrorismo, e Bixio, era Bixio l’uomo di Mazzini a Genova, Mameli, a cui pure si affezionò moltissimo, era legato originariamente a Garibaldi, diverrà senatore del Regno. Fra tanti dolori, un solo trionfo, il testo della Costituente romana, destinato a restare scolpito. Poco conforto, Mazzini era un politico, non un dottrinario. La Costituzione per lui era funzionale all’accordo che avrebbe voluto siglare con la Repubblica francese. Eppure sarà la Costituzione romana a superare l’eroismo romantico e a porre le basi del futuro repubblicano. Il Saliceti commissario dell’Assemblea spiega nelle sue memorie come al suffragio diretto universale per la nomina dei consoli, venne sostituito quello indiretto da parte del parlamento. “La vera democrazia non posa sul principio che tutti siano chiamati ad esercitare gli stessi diritti, ma che ciascuno è chiamato ad esercitare quel diritto di cui è capace”.
La Repubblica non chiama il Popolo al diritto di eleggere i consoli, perché, scrive Saliceti, “il più delle volte sarebbe incapace di fare una buona scelta”. Un conto è eleggere direttamente i propri rappresentanti, un altro chi ti governa. “Se sbagli nel primo caso pazienza, fra tanti, non possono essere tutti sbagliati, ma se sbagli i consoli è una tragedia”. Questo fu il lavoro dei costituenti sotto le bombe dei cannoni di un presidente eletto a suffragio universale diretto. Anche se Luigi Bonaparte era il meno responsabile della disgrazia, l’intervento francese venne deciso prima della sua elezione, certo è che mostrò ben poca capacità di controllare gli eventi. Tanto che la prima preoccupazione dei costituenti romani fu di come gestire la nomina del governo repubblicano. Qui Tocqueville aveva ragione, in spirito la repubblica romana fu davvero giacobina. Solo il Parlamento esprime la volontà generale, non la maggioranza popolare e questo fu il lascito romano alla Repubblica italiana del secolo successivo, per lo meno fino a questi giorni.
Museo del Risorgimento Mazziniano di Genova





