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Togliattigrad

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
31 Agosto 2024
in L'editoriale
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Il 28 agosto del 1964 Stavropol-sul-Volga prese il nome di Togliatti. C’erano voluti 4 giorni dalla morte perché il Cremlino decidesse di dedicare al segretario del partito comunista italiano una intera città. Il dubbio era che in piena destalinizzazione, Togliatti fosse troppo associabile al vecchio capo dell’Unione sovietica. Poi la valutazione sui meriti del Migliore prese il sopravvento. Tali e tanti i servizi dati alla causa. Anche all’epoca la Russia aveva invaso, con più fortuna in verità, un paese accusato di essere governato da una cricca nazista, l’Ungheria di Nagy. Togliatti era stato il più lesto a brindare alla fucilazione dei suoi vecchi compagni. Rispetto a chi oggi in Italia vedrebbe volentieri Zelensky finire nelle mani dei russi, nessuno di questi gentiluomini vanta le relazioni con Kyiv che Togliatti aveva avuto negli anni con il governo di Budapest, liquidato in fretta e furia dal nuovo corso sovietico.

A Togliatti l’Urss doveva, su tutto, la capacità di aver dato l’idea di una Russia rispettabile e rassicurante, nonostante gli orrori commessi. La rivoluzione non era stata un semplice colpo di Stato pilotato dall’alto, come la si accusava in Inghilterra, ma una grande trasformazione industriale e contadina del paese, e Stalin era un gigante dell’azione e persino del pensiero. Crusciov che pure aveva demolito il mito di Stalin, la propaganda comunista italiana lo presentò come un uomo del popolo, in fondo bonaccione, Crusciov, commissario dell’armata rossa a Stalingrado, se non certo riflessivo, amante della pace nel mondo. Non che in caso di braccio di ferro sulla crisi dei missili, sarebbe stato spazzato via in un quarto d’ora, dal momento che non era riuscito a installare le basi atomiche a Cuba e si trovava nel mirino dalla Turchia. Togliatti, meglio di chiunque altro in Italia, aveva propagandato una spiritualità russa che mancava affatto alla cultura americana, come si dimostrava nella stessa produzione cinematografica di Hollywood. L’America era grossolana, violenta e volgare, la Russia raffinata, amabile ed intellettuale. Il lavoro straordinario dell’ufficio cultura del Pci di Togliatti, sotto la responsabilità della giovane Rossana Rossanda, non ebbe eguali in nessun altro partito, nonostante qualche inconveniente. L’espulsione di Feltrinelli, per la pubblicazione del dottor Zivago e l’incidente Achmatova. La poetessa dissidente, che se fosse rimasta in Russia avrebbe fatto la fine di Navalny, si rifiutò di stringere la mano alla signora Rossanda appena le fu detto che era comunista. A parte ciò, nelle librerie, per compensare il successo di Pasternak, trovavi i titoli di Jhon Reed, di Edgar Snow, apologeti del comunismo, non certo quelli di Robert Conquest che ne denunciava i crimini

L’attacco brutale rivolto da Togliatti a Mazzini “precursore del fascismo”, accusarlo di essere fascista prima del fascismo, sarebbe stato un azzardo anche per Togliatti, non nasce dal fatto che la Repubblica sociale cercò di recuperare l’identità patriottica del pensiero mazziniano. Fosse per questo, a Salò si omaggiava e saccheggiava anche Dante. Mazzini aveva scritto che il comunismo era “una società per castori” e giusto in Russia, caso strano, si era riuscito a realizzare il comunismo. E qual era l’analisi di Mazzini della Russia? Che bisognasse affidarsi alla Polonia per riscattare i popoli slavi, vilipesi dall”espansionismo russo. Persino l’impero austro ungarico, era migliore di quello russo, dove secondo Mazzini le masse non si sarebbero mai ribellate, tanto era viscerale il loro servilismo. Gli ungheresi avrebbero potuto fare parte della Giovine Europa, non i russi che bisognava contenere in una confederazione di Stati armati costituiti tra la Bulgaria e la Valacchia, cioè le attuali Romania e Moldavia. Togliatti individuava in Mazzini il principale nemico dell’espansionismo russo nel mondo e a ragione.

Se l’opera di Mazzini ritrovasse lo spazio negatole nella repubblica del secondo dopo guerra, anche per le dimensioni imponenti che essa ricopre nel complesso della produzione di letteratura politica italiana, ci si libererebbe facilmente dall’eredità togliattiana che con quella di Gramsci dall”opposizione, ci ha allontanato più dalla cultura anglosassone e francese, di quanto riuscì a fare il fascismo dal governo del paese. Il fascismo non seppe comunque spingerci verso la Germania, piuttosto nel vuoto. Togliatti ne approfittò per avvicinarci alla Russia, che, detto fra noi, è una cultura mistica, non certo illuminista, e possiamo dire, ancora a sessant’anni dalla morte, con un certo successo.

licenza pixabay.

Tags: MazziniTogliatti
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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