Dalle parole e dagli atti del governo viene da chiedersi se vi sia stata, alla crisi Unifil, una riflessione meditata, o una reazione meramente emotiva. Quando Meloni e Crosetto ritengono “inaccettabile” subire un attacco armato al proprio contingente, perché allora non ordinano ai nostri soldati di rispondere al fuoco? Se in guerra non si risponde al fuoco, significa che l’attacco subito è stato accettato. Il ministro della difesa Crosetto ha fatto spallucce e lamentato le regole di ingaggio che egli “da tempo” vorrebbe cambiare. La missione Unifil è stata rinnovata dal 2006 e se dunque le regole di ingaggio sono giudicate dal governo inadeguate, ci si dovrebbe poi chiedere, se si possano modificare proprio adesso. Anche perché, il contingente italiano sotto attacco non può difendersi causa queste regole di ingaggio ed è costretto a rinchiudersi in un bunker sottoterra. Da qui la domanda a cosa serva esattamente il contingente italiano in queste condizioni. Domanda che il governo avrebbe fatto bene a porsi prima che la situazione precipitasse. Se davvero si ritenevano le regole di ingaggio inadeguate e si è presentata formale richiesta di modificarle, una volta respinta la richiesta, occorreva porsi il problema del ritiro dei nostri soldati. Altrimenti Il governo patriottico non mostra particolare rispetto per il soldato italiano costretto a nascondersi senza combattere. Ma il generale Vannacci non ci aveva spiegato che siamo quelli del Carso?
Pensare che debba essere Israele a tutelare un contingente Onu, come scrive la nota dell’onorevole Meloni, inviato per tutelare la Regione, è, nel caso migliore, grottesco. Il governo italiano pretende di far tutelare i tutori e persino una volta appurata l’inadeguatezza delle regole adottate. Inoltre, la nota di Palazzo Chigi ricorda che il compito della missione Unifil era quello di stabilizzare l’area. Però. C’è qualcuno nel governo in grado di dire che questo compito di stabilizzazione è stato assolto? Al competente ministro Tajani sembra forse che la situazione possa dirsi stabile? E se la presenza del contingente Onu non è riuscita a garantire la stabilità in diciotto anni, la responsabilità di tale fallimento si può fare cadere su Israele? Fosse così, ragione in più per ritirare Unifil. Semmai dichiarate guerra ad Israele che ostacola il prezioso lavoro della missione, come lo definisce in questo caso l’onorevole Schlein, che con Conte e verdi sinistra, la pensa uguale al governo, anzi, peggio.
Che in realtà si tratti di un fallimento colossale ed esclusivo della missione lo si dovrebbe comprendere dalle parole pronunciate del nuovo capo di Stato maggiore della Difesa, generale Portolano, proprietario di una sufficiente memoria storica. Il generale è stato l’unico ad aver ricordato che la missione Unifil fra i suoi compiti aveva quello di impedire il riarmo di Hezbollah dopo l’invasione del Libano, un’invasione causata dal sequestro di due soldati israeliani, la bellezza di 18 anni fa. In questi diciotto anni l’Unifil, al limite, avrà aiutato la popolazione civile, non si sa esattamente da che cosa, perché, di sicuro, Hezbollah è armatissima e si è rimessa a sparare su Israele serenamente.
Il governo italiano, come ovvio, ha tutto il diritto di protestate e pretendere le spiegazioni che ritiene opportune. Tuttavia non può ignorare la questione di fondo, ovvero che la presenza di Unifil non è servita ad impedire il conflitto, di fronte al quale gli strumenti inadeguati aggravano i rischi per il nostro contingente. Perseguire l’ orgoglio nazionale in una tale situazione, può solo compromettere la sicurezza dei nostri soldati. Per ora sono state distrutte delle telecamere di sorveglianza della base e il ministro Crosetto ha evocato i crimini di guerra. Dio non voglia che la sua inutile drammatizzazione possa procurare danni più gravi. In questo caso la responsabilità non sarebbe di Israele che ha chiesto al contingente di spostarsi dalla linea del fuoco, Hezbollah ha una qualche intelligenza che la fa difendere dalle strutture dell’Onu. La responsabilità ricadrebbe interamente sull’ostinazione insensata del governo italiano di sfidare l’inadeguatezza della missione intrapresa. Quanto all’Onu, dopo la Bosnia, la Somalia ed il Ruanda, meglio sarebbe che si limitasse a convocare conferenze al Palazzo di Vetro. Ancora deve dirci con esattezza se settecentomila morti dell’etnia Tutsi in settanta giorni, corrisponda a “genocidio” o meno. Magari no, visto che le truppe dell’Onu assistevano compostamente sul campo alla strage in atto.
licenza pixabay






