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Tutta colpa di Rousseau

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
27 Ottobre 2024
in L'editoriale
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La creazione di un nuovo partito, negli ultimi trent’anni ne sono sorti come funghi, ha sempre bisogno di un’impostazione predefinita. Il fenomeno di maggior successo conosciuto, Forza Italia, era semplicemente un modello aziendale sottoposto al padrone del vapore. La scelta di aderire al partito popolare europeo, venne dettata dalla necessità di colmare un vuoto politico, esattamente come Rifondazione comunista, piuttosto che Fratelli d’Italia si costituirono per rilanciare un modello innovativo o tradizionale, a seconda dell’esigenze deluse di un vecchio elettorato rimasto senza casa. La stessa Azione di Calenda appare come il tentativo generoso di ricostruire un’area liberale, minoritaria in Italia, mentre +Europa nasce semplicemente da una frattura del mondo radicale. Italia Viva, invece, è solo una frazione del Pd che si è persa per strada. Il Pd a sua volta era semplicemente la fusione fra un blocco post comunista e uno post democristiano, un ibrido a due teste di cui una deve cadere necessariamente.

Tutti questi prodotti, per quanto particolari, appaiono un aggiornamento del modello politico precedente. Se si vuole qualcosa di straordinario, a tutti gli effetti, bisogna rivolgersi al movimento 5 stelle di Beppe Grillo e Roberto Casaleggio. Questa loro proposta politica non era semplicemente uno strumento personalistico messo a disposizione della collettività e nemmeno il rilancio di un’idea invecchiata. Era un autentico tentativo di rigenerazione morale della società italiana. Questo lo si è capito dall’impostazione ideale che il movimento si è voluto dare dal primo giorno con il richiamo a Rousseau, un pensatore che in Italia non ha avuto un particolare successo politico. I principali protagonisti della vita democratica del ‘900, socialisti e cattolici, sono completamente estranei al pensiero di Rousseau, basta pensare che Craxi scelse di sfidare Marx con lo sconosciuto Prudhomme, mentre i liberali, sono figli della rivoluzione industriale che di Rousseau non sa che farsene. D’altra parte lo stesso Casaleggio in una sua intervista, sulla piattaforma Rousseau, non apparve propriamente a suo agio. Disse di aver simpatia sia per Rousseau che per Voltaire, ovvero le due facce antitetiche dell’illuminismo. O si è rousseauiani, o si è volteriani, le due cose insieme è impossibile. In ogni caso, l’impressione data dal gruppo dirigente del movimento cinque stelle, era che non fosse in grado di distinguere l’uno dall’altro.

Grillo qualche idea più precisa su Rousseau doveva averla. Invitò i suoi parlamentari appena eletti a divenire la Montagna, riferendosi al gruppo parlamentare giacobino più intransigente. Per cui Beppe sapeva di maneggiare qualcosa di esplosivo, in quanto il pensiero di Rousseau, a contrario di quello di Voltaire, ha una portata rivoluzionaria. Solo che anche nel suo caso le idee erano confuse. Dire ai suoi deputati, “aprirete il parlamento come un apriscatole”, non era propriamente montagnardo. La Montagna fu espressione puramente parlamentare, ben attenta a difendere le prerogative della Convenzione dal movimento di piazza della Comune. Bisogna poi aggiungere che il pensiero di Rousseau ha tratti che possono apparire enigmatici, tanto che un filologo tedesco lo definì “il morso della tarantola”. La sua famosa idea di democrazia diretta può essere esercitata giusto nela città di Ginevra dove più o meno ci si conosceva tutti e ci si poteva riunire in una grande piazza. Meglio sarebbe stato un villaggio all’ombra di una quercia. Già se si trattava di uno Stato come la Polonia, serviva una democrazia più elaborata fondata sul principio di rappresentanza e quanto alla Francia, Rousseau riteneva quello Stato troppo grande per la forma repubblicana. I giacobini rousseauiani, questo il dramma, da Barnave a Madame Rolande a Robespierre, erano tutti monarchici convinti e quelli che volevano salvare il re ben più rousseauiani di quelli che loro malgrado furono costretti a condannarlo. I montagnardi appunto, abbandonano Rousseau.

Il problema vero del grillismo, affacciandosi su Rousseau, era che Rousseau presenta un pensiero antico non uno moderno, Rousseau sogna di ricostruire la Roma Repubblicana, probabilmente Sparta. Il suo Progetto per la Costituzione della Corsica, che tanto influenzò Bonaparte, può essere letto perfettamente come una riedizione della Repubblica spartana. Non c’è un’idea di commercio in Rousseau e per quanto difenda pienamente la proprietà privata, egli voleva regolarla con un tale equilibrio da impedire lo sfarzo ed il lusso, che considerava immorali. Non siamo al pauperismo, anche se Rousseau ci si avvicina pericolosamente e soprattutto nella sua opera più importante, l’Emile. La ricchezza di una nazione per Rousseau coincide con la virtù dei cittadini, non con le loro finanze e questo concetto si sposa perfettamente con l’idea di decrescita felice sostenuta da Grillo.

I marxisti francesi, più colti e più autocritici di quelli italiani, si convinsero ad un dato momento, primi anni ’80 del secolo scorso, che la colpa dello Stato totalitario fosse non di Marx ma di Rousseau. In parte volevano sgravarsi la coscienza, in parte sapevano di questo sguardo severo sulla società che pretendeva un potere capace di controllarla e regolarla. Rousseau odiava la monarchia assolutista e le chiese cristiane, per senso morale. Il suo liberalismo, non c’è dubbio alcuno, non porta al comunismo, ma al comitato di salute pubblica e a Bonaparte. In ogni caso tutto questo si dissolve con la Restaurazione. Dal 1815 il pensiero di Rousseau, che aveva animato l’intera Europa e anche l’America, per quasi un secolo, è morto e sepolto. Ne resta un qualche eco lontano in un progressista come Mazzini, “la volontà generale”, la “democrazia pura” e paradossalmente in un reazionario come Tolstoj, quando vagheggia una società agreste di tipo religioso.

Con tutta la considerazione che si deve a Rousseau, bisognava pur partire dal presupposto che non si sarebbe trovato più niente all’altezza di questo suo pensiero oramai tramontato. Al limite ci si sarebbe potuto imbattere in un qualche sottoprodotto, un fenomeno da banchetto, un avvocato del popolo, non un amico. Adesso Grillo paga amaramente quello che era pur stato un formidabile colpo di genio. Rileggo Rousseau e mi ritrovo Conte.

Domaine de Vizille, MDLRF

Tags: GrilloPartito
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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