Che il Censis fotografi un paese sempre più anti occidentale e sempre meno colto, va da sé. Le due cose si tengono insieme e sono il prodotto di una lunga tribolazione che abbiamo cercato di contestare, come partito, già dal tempo di Ferrucci Parri. Fu Parri a dire a Benedetto Croce che sbagliava la sua analisi sul fascismo, considerandolo una specie di parentesi, quando disgraziatamente, quel fenomeno risaliva a vene profonde della storia nazionale. Al che Croce si indignò moltissimo per essere stato contradetto, tanto da farci una grande lezione di storia, per cui l’Italia, dal 1860 al 1922, era stata “uno dei Paesi più democratici dell’Europa”. In “specie col governo di Giolitti”, Giolitti lo chiamavano il ministro della Malavita, ma pazienza, l’Italia aveva compiuto una “accelerata ascesa nella democrazia, grazie alla quale le plebi acquistarono carattere di cittadini, si riunirono in associazioni e Camere del lavoro, ottennero l’arma degli scioperi, ebbero leggi protettive del lavoro e con i consecutivi allargamenti dell’elettorato giunsero fino al suffragio universale”. E guarda un po’, a quel punto votarono per i fascisti, incluso il buon Croce, ancora la fiducia al governo dopo il delitto Matteotti. Caspita, che grande progresso democratico.
A parte che come paese europeo, era sicuramente più democratica la Germania che aveva cacciato il Kaiser, o la Spagna che aveva costituito la Repubblica, o la Francia che da due secoli era repubblicana, non si trattava di sapere quale fosse il paese più democratico, ma di quale più convinto che la democrazia andasse superata. Questa la frattura culturale di cui Croce nemmeno si rendeva conto e di cui il fascismo, con il bolscevismo russo, da cui sostanzialmente derivava, è stato il massimo responsabile. La Russia, l’Italia, due paesi profondamente arretrati che si congiungono politicamente fra di loro e che trovano presto in scia un paese più evoluto e pure degradato come la Germania. Una febbre che dilaga in tutto il continente fino a lambire l’Inghilterra e viene respinto giusto in Francia, e debolmente. La cultura più alta della Francia dell’epoca sarà interamente fascista, Celine in testa.
Eppure democrazia e cultura sono legate fra loro perché solo il regime democratico presume l’istruzione pubblica per tutti. Prima della Rivoluzione la scuola era esclusiva per i ricchi e per i preti. La prima scuola pubblica nel mezzogiorno la istituirà Marat re di Napoli. Quando si riduce lo spazio democratico, si riduce anche l’istruzione. In Italia dove Mussolini vantava l’eredità di Virgilio, il libro si accompagna al moschetto, in Germania si fa prima a bruciarli i libri. La cultura europea ritorna patrimonio delle élites finite in esilio. Alcuni dei più grandi geni del ‘900, da Schoenberg a Thomas Mann, ad Albert Einstein ripareranno in America. Quelli che restano e ce ne sono, divengono esperti di mistificazione matricolata, costretti a sostenere il regime, per sopravvivere, se non per convinzione. Croce diventerà un punto di riferimento per la cultura italiana antifascista nel 1925, cioè troppo tardi per essere sufficientemente rappresentativo di un universo intellettuale già asservito. La Cultura italiana la incarnerà Gentile e l’omicidio di Gentile non ha facilitato le cose, al contrario. Sarebbe stato utile disporre di un punto di vista come il suo, ben più pregnante di quello comunque rimasto isolato di Croce. La ricostruzione dell’epoca del fascismo resta affare delicatissima, dal momento che si considera quasi il regime del ’22 e la Repubblica sociale come un continuo, che in verità non sono per niente. Lo storico che più ha cercato di spiegare il fascismo, Renzo De Felice, è stato persino messo all’indice.
Fosse solo il fascismo, a porre una questione culturale. Il marxismo è stato nei 45 anni successivi un fenomeno ancora più clamoroso. Poche settimane fa è stato rieditato il libro di François Furet, il passato di un’illusione, l’idea comunista nel XX secolo, che in Italia venne subito nascosto. Come si permetteva Furet di rilanciare il pensiero di Raymond Aron per cui fascismo e comunismo fossero lo stesso. E se fascismo e comunismo erano lo stesso, come si poteva ritenere “una parentesi”, un fenomeno durato più di cento anni? Peggio, che il punto di contatto tra fascismo e comunismo, bolscevismo, in verità, era il nazionalismo, cioè l’eredità malsana sviluppata dal Congresso di Vienna sull’Europa fino al 1914. Un paese, come l’Italia, senza riforme e senza rivoluzione, dove la Chiesa prima e la monarchia poi hanno dominato, dove i partiti antifascisti tempo 50 anni sono stati portati in tribunale e dove il marxismo ha dominato, può essere più occidentale e più colto dell’Inghilterra? In Inghilterra, Mazzini è più conosciuto che in Italia.
Il crollo culturale dell’Italia dal rapporto del Censis, è infatti terra terra. Si pensa che sia stato Giotto ad aver affrescato la Cappella Sistina o persino non si sa più chi sia Giotto. Ma anche qui, che pretendiamo? Quando un ministro è tanto che ancora fa gli esami universitari per laurearsi e ne abbiamo avuti che nemmeno conoscevano la geografia, a che serve mai lo studio. Per avere successo in Italia, bastano le persone giuste, qualche favore al momento opportuno, o magari, un colpo di fortuna.
Croce PLI.jpg, copyright scaduto







