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Il tempo va indietro non avanti

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
31 Dicembre 2024
in L'editoriale
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Agostino, vescovo di Ippona sostiene, nelle sue Confessioni, che il tempo vada all’indietro mica avanti. Chi ha letto l’ultimo editoriale dell’anno sul Corriere della sera di Angelo Panebianco, si sarà subito convinto della ragioni di Agostino. Panebianco lamenta l’eccesso di presenza dello Stato nella società, la burocratizzazione che grava sulla pubblica amministrazione, e accusa l’universo politico di aver dimenticato la lezione di Luigi Einaudi. Lo stesso poteva scriverlo anche in un articolo di trenta anni fa. Chi se lo ricordava più, alla fine degli anni ’80, Luigi Einaudi? Nemmeno il segretario del Pli, l’onorevole Altissimo. Einaudi era categoricamente contrario al debito pubblico, Keynes non era la sua ricetta, per usare un eufemismo. L’Italia non ha fatto altro che produrre debito, una montagna che nemmeno sappiamo più contare con precisione, che aumenta continuamente e di cui non ci si preoccupa. Un keynesiano rinomato, un giorno disse che in fondo, il debito era solo quello dello Stato con i suoi contribuenti, cioè con se stesso.

Vero è che all’inizio degli anni ’90 impressionati dalla mole dell’intervento dello Stato nell’economia, l’Italia prese una decisione quasi einaudiana, quella di abolire il ministero delle Partecipazioni statali. Un incredibile colpo di scure calato sul sistema. Il senatore Carlo Calena in quell’epoca aveva solo vent’anni e nel suo intervento sulla manovra al Senato ha chiesto se qualcuno in parlamento sarebbe stato in grado di dire quante fossero le partecipate dello Stato nell’economia italiana. Poi Calenda ha asserito perentoriamente, che nessuno avrebbe mai potuto fornire la cifra esatta. Le partecipate sono a loro volta partecipate. Esatto. In pratica, il cambiamento avvenuto è quello che ha visto l’abolizione del ministero delle Partecipazioni statali e l’aumento delle società partecipate e senza più nessun controllo autentico da parte dello Stato. Una volta c’era l’Iri, l’Efim, a svolgere bene o male, quella funzione, adesso, forse a tempo perso, lo fa Arianna Meloni.

Fortuna che il governo per fare cassa voleva tagliare linearmente le spese ministeriali, perché certo non sarebbe in grado di intervenire sulle partecipate. Da cui davvero dispiace per il professor Panebianco, ma come facciamo a ricordare la lezione di Einaudi? Bisognerebbe semmai ricreare il ministero delle Partecipazioni statali per avere almeno un’idea del guazzabuglio infernale su cui intervenire. Prima di Einaudi, servirebbe Beneduce.

Ad essere onesti intellettualmente, c’è un motivo per cui il modello liberale è stato via via smontato nei secoli. La causa dipendeva dal suo elitarismo. Il liberale coltiva la difesa del diritto dell’individuo entro i limiti delle sue specifiche capacità. Il liberale è sempre libero di tirare dritto. Chi non ce la fa, arranca dietro. Nel 1964 Pacciardi era liberalissimo e attaccava La Pira che aveva messo su 400 enti inutili. La Pira si era così assicurato almeno 400 mila voti, quando Pacciardi era stato buttato fuori persino dal suo partito.

Almeno da allora il problema irrisolto della società italiana è quello di trovare un punto di equilibrio. Una crescita economica sana per lo sviluppo necessario, senza sacrificare coloro che non riescono a dare un contributo utile al processo produttivo. Il liberalismo ottocentesco fallì questa prova e si trascinò dietro la crisi della democrazia parlamentare. per lo meno in Europa. Perché l’America non ha avuto questa stessa crisi europea, o se l’ha avuta ha saputo superarla positivamente? Perché dispone di maggiori risorse rispetto al vecchio Continente. Metti un nullafacente a scavare una buca, come voleva Keynes, ed in America trovi il petrolio, un giacimento di gas, uno d’oro. Fallo qui da noi e se ti va bene trovi più o meno dei ciottoli che la sovraintendenza ti sequestra e porta al museo.

Per avere una società liberale servono grandi risorse e magari anche una qualche mentalità rivoluzionaria, altrimenti si forma una oligarchia non una democrazia. Anche per il prossimo anno ed in quelli avvenire, il tema resterà lo stesso, per lo meno fino a quando l’Europa non riuscirà a tenere il passo. Se non si diventa in qualche modo competitivi, altro che ritorno a Luigi Einaudi. Annasperemo fra due diversi tipi di populismo, quelli che già sono in voga oggi, e che, presto dovrebbe essere chiaro, non portano da nessuna parte, se non al disastro.

licenza pixabay

Tags: AgostinoPanebianco
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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