Anche quando le relazioni erano strettissime ed intense, Stati Uniti americani e Stati europei hanno vissuto incomprensioni profonde e persino dal primo momento della loro storia. George Washington spedì il suo ministro Morris a Parigi per capire cosa caspita stava avvenendo nell’amica Francia e quello gli scrisse che al governo della nazione erano installati dei pazzi. Avevano prescritto un eroe della libertà come il marchese di Lafayette, costretto a riparare in Austria. Washington se l’era presa con gli irochesi, i giacobini ce l’avevano, chissà perché, con i preti e gli aristocratici! Le cose andarono ancora peggio con Napoleone. Causa il blocco continentale, l’America a momenti gli dichiarava guerra a lui, all’Imperatore che per pochi milioni di franchi gli cedeva la Luisiana e combatteva gli odiati inglesi. E forse che i francesi possono dire di aver compreso meglio la politica statunitense? Due secoli dopo, quando Nixon lanciò il suo mirabolante “Anno dell’Europa”, il ministro degli Esteri di Pompidou, Chaban Delmas, disse al collega Henry Kissinger che loro mica ci cascavano. Tutto fumo per distogliere l’attenzione dai problemi interni alla Casa Bianca. Il povero Kissinger lavorava al piano da due anni prima che scoppiasse il Watergate.
Ora che stanno per cadere i settant’anni dalla morte del grande Franklin Delano Roosevelt verrà espresso, almeno si spera, un sentimento comune di commozione e riconoscenza. Nel 1933 quando Roosevelt inviò a tutti gli Stati europei la sua lettera per la pace mondiale ed il disarmo, ricevette una sola risposta entusiasta a rompere il gelo continentale. Quella del nuovo cancelliere tedesco, il signor Adolf Hitler. Hitler ringraziava il leader americano. La Germania acconsentiva in tutto e per tutto alla sua eccellente iniziativa. Una sola misera condizione, che tutti i paesi europei disarmassero, dato che il suo, dopo il trattato di Versailles, era poca cosa. L’amministrazione statunitense fu tanto riconoscente al Fuhrer che quando poi sarebbe scesa in guerra, l’ambasciatore Kennedy di stanza a Berlino, ci avrebbe rimesso la carriera, tale la cordialità mostrata verso il nazionalsocialismo. Eppure il padre di Jhon Fitzgerald aveva solo eseguito le istruzioni alla lettera. Pensare che se Roosevelt avesse seguito Churchill dal primo momento, quel “presuntuoso milord arrogante”, il terzo Reich sarebbe finito nel ’39, appena aggredita la Polonia.
Dimentichiamo il Vietnam, quando giusto La voce repubblicana, diretta da Pasquale Bandiera, scriveva che l’America difendeva l’Indocina da una dittatura militare. Cosa si disse invece in Europa di Reagan, di Bush, di Bush jr appena vinte le elezioni? E di Clinton dopo il sexy gate? Giusto un presidente americano ha trovato consensi unanimi in tutte le capitali europee, anche se di nuovo la Germania, di Angela Merkel questa volta, fece eccezione, Barak Obama. Obama accusava l’America di aver compromesso la stabilità mondiale per sette anni, che arrivato al Cairo porse la mano tesa ai suoi nemici e che tò, nessuno strinse. Putin lo ricevette in una dacia sperduta nella steppa. Fatto sedere Barak, alto com’è, su un puff posto per terra, Vladimir, nanerottolo, si arrampicò su un trono per offrirgli il te alla cosacca, ovvero bollito nel suo stivale. Dopo di che invase la Crimea ed Obama zitto. Non venga turbata la stabilità multilaterale.
Ora Trump ha vinto le elezioni un’altra volta, quando l’America si è ritirata indecorosamente dall’Afghanistan e la Russia non paga della Crimea si è pure presa mezzo Donbass. Israele è sotto attacco, mentre un ciccione drogato spara un missile intercontinentale al mese sopra il trentottesimo parallelo. Non bastasse, la Cina, entrata in mezza Africa, sta pensando alla prova di forza in Taiwan. Questo il mondo in cui viviamo. Tutti avrebbero avuto piacere qui in Europa di vedere un presidente statunitense presentarsi il giorno dell’insediamento con il viso sereno, il sorriso aperto, pronto a convocare tutti intorno ad un caminetto. Discutiamo. Questo sarebbe stato rassicurante e l’Europa probabilmente avrebbe colmato di lodi questo presidente amichevole, ospitale. Invece ecco Trump che ha iniziato il suo secondo mandato con le minacce a Panama, i dazi, la pena di morte, la “deportazione”, questa vorrebbe farla la Meloni in verità, dei migranti. Ci fosse qualcuno in Europa ad avere un dubbio. Magari Trump ha fatto la cosa giusta, mostrandosi in tempi difficili pronto a scatenare l’inferno piuttosto che vagheggiare un paradiso perduto. Non per altro, ma le democrazie sopravvivano quando sono disposte a combattere.
Metropolitan, Museum of Art New York







