Che possano esserci incomprensioni fra Stati Uniti d’America ed Europa, non è una particolare novità, al contrario. Ci sarebbe da stupirsi quando non ve ne fossero. Per quanto i leader europei siano frastornati dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, non lo saranno mai come quando a suo tempo, Richard Nixon ottenne il suo secondo mandato con un successo elettorale persino superiore a quello di Trump. Subito governi ed opinione pubblica europea si scagliarono all’unanimità contro i bombardamenti in Vietnam e proprio a ridosso del viaggio previsto dal presidente statunitense nel vecchio continente. Unica eccezione, l’Inghilterra del premier conservatore Edward Heat. Il governo di sua Maestà comprendeva perfettamente che l’America stava piegando una dittatura militare comunista a firmare la pace. Heat e con lui complessivamente la stampa britannica, diede quindi credito alla presidenza statunitense, ciononostante l’Inghilterra rimase in piena sintonia politica con la Francia traumaticamente uscita dalla Nato. Morale, durante la guerra del Kippur, gli americani poterono aiutare Israele grazie alle basi militari dell’Iran, c’era ancora lo scià, non a quelle in Europa che rimasero loro interdette. Nulla di nuovo oggi, nel caso si creasse una frattura fra gli obiettivi annunciati dalla presidenza statunitense sulla pace a Gaza, rispetto alla crisi del 1973. Senza contare, che all’epoca la Germania di Willy Brandt, con la sua Ostpolitick, creava un disagio persino maggiore di quello che può esserci con una Germania unificata sostanzialmente vicina all’Ucraina, che l’America, come era ovvio, continuerà a sostenere.
Fa particolare scalpore il resoconto giornalistico della telefonata fra Trump e il premier danese Mette Frederiksen, quarantacinque minuti orrendi, secondo la versione del quotidiano “la Repubblica”. Questo in effetti all’epoca di Nixon non si sarebbe mai potuto sapere, per l’appunto si stava entrando nel Watergate. Considerato il carattere dell’allora presidente Usa, è possibile che telefonate altrettanto burrascose si fossero anche verificate. Infatti Nixon aveva Kissinger per trattare direttamente con i governi continentali. Se oggi la Casa Bianca si confronta personalmente con il suo presidente, è stato fatto un passo avanti rispetto ad allora, qualunque cosa ci si dica. Poi si legge, anche se in realtà è un americano a scriverlo, che Trump rivendicando la Groenlandia mostrerebbe di non avere scrupoli, esattamente come Putin. “Se Trump non rispetta la sovranità della Danimarca, come possiamo mai aspettarci che Putin rispetti l’Ucraina? “. Alan Friedmann su La Stampa. Bella voglia di confondere le carte in tavola. Putin non ha rispettato la sovranità dell’Ucraina e Trump è costretto a correre ai ripari davanti ad un’Europa imbelle.
Tutti notano e giustamente che l’America non è mai stata così forte come oggi. La Cina, che pure ha fatto portenti, ancora deve completare la sua modernizzazione e aiutando Putin, rischia di ritardarla. Per cui non capiscono come Trump possa fare ulteriormente accrescere la potenza americana e soprattutto, non ne capiscono il perché. Eppure la ragione è semplice. Nonostante la formidabile potenza statunitense, grazie alla miseria politica dell’Europa, la Russia da due anni sta bombardando l’Ucraina e i suoi alleati iraniani, volevano distruggere Israele. Il solo paragone tra l’Ucraina e la Groenlandia, che nessuno ha invaso, tanto per, è un’indecenza. La Groenlandia è popolato da settantamila persone e se l’America è interessata alla Groenlandia è perché le serve un deterrente nei confronti della Russia. Può darsi benissimo che Trump pensi allo sfruttamento delle risorse naturali di quella regione, ma in verità la Groenlandia è una piattaforma formidabile per tenere sotto scacco la Russia. Non ce n’è motivo, la Russia non riesce a conquistare il Donbass, figurarsi l’Artico. Resta invece il bisogno di schiacciare ogni pretese espansionistica di Putin senza essere costretti alla guerra diretta. Lo stesso discorso vale per il canale di Panama, anche se questo è più rivolto ai cinesi che ai russi.
Nel secondo dopo guerra, la differenza fondamentale fra l’Europa e l’America è sempre stata questa, una convinzione tutta europea che il mondo libero si difenda da sé con le arti della diplomazia. Convinzione che gli americani non hanno affatto, tanto che si sono sempre trovati a combattere loro in prima persona, con, al limite, gli inglesi. Se possono evitare di far morire i loro giovani, preferiscono. Le minacce aiutano più dei cedimenti. Ovviamente in un quadro tanto delicato e complesso, consola molto il colloquio Rubio Tajani. L’Italia, per la prima volta nella sua storia, dichiara di avere piena convergenza con tutti gli obiettivi statunitensi, sia in Ucraina che a Gaza. La cosa è davvero ammirevole. Peccato quel ricordo pesante di Kissinger, che appunto allestendo le sue relazioni atlantiche, annotava come l’Italia fosse davvero poco, o nulla, influente.
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