Chiamarsi “repubblicani” oggi va di moda. In origine era stato Mario Draghi a sdoganare questa parola così significativa, sottraendola ad un quasi oblio durato tre decenni. In data 18 febbraio 2021, a pochi giorni dall’insediamento, Draghi tenne il suo discorso programmatico in Senato e rivolgendosi ai parlamentari presenti chiedeva loro di superare le divisioni in nome dell’interesse generale dell’Italia: «Basta rivalità, serve uno spirito repubblicano», disse Draghi. Poi, quello spirito repubblicano resse solo un po’, poco più di sedici mesi. Finì spazzato via dai venticelli proiettati da quegli ego frustrati che hanno fatto cadere il governo, con o senza spintarella moscovita.
Ma l’aggettivo “repubblicano” vive e lotta insieme a noi in queste settimane: in questa campagna elettorale stantia (con slogan di cinque, dieci, vent’anni anni fa), una delle poche novità degne di nota è il ricorso quasi ubiquitario da parte delle forze politiche a quell’aggettivo “repubblicano”, che è diventato passepartout lessicale. È “repubblicano” il “Patto” proposto da Calenda e Bonino, è “repubblicano” il fronte degli anti-sovranisti che numerosi dal centrosinistra sperano di mettere insieme. E tutto ciò non è un male, sia chiaro. Questa riscoperta del termine “repubblicano” da parte delle forze politiche centrali, europeiste, democratiche e riformatrici ha il merito di aver riportato quell’aggettivo al posto giusto, strappandolo dalle grinfie di chi, a destra, non ha alcun titolo per fregiarsene.
Negli anni tanti volte abbiamo vista espressa dai dirigenti delle varie formazioni di destra la volontà di costituire un contenitore che si chiami “partito repubblicano” («o-qualcosa-del-genere-ci-siamo-capiti») sulla scia di quello statunitense. Se ne capisce il senso: se “di là” del guado c’è il Partito Democratico, “di qua” ci deve essere un “partito repubblicano”. E tutte le volte che questa suggestione è stata accampata dalle destre, giustamente il Partito Repubblicano Italiano ha sempre messo i bastoni tra le ruote a questi epigoni di Donald Trump, dicendo: «Signori, un Partito Repubblicano in Italia esiste già e non ha a che fare con voi, si fregia dell’Edera e non dell’elefantino trumpiano».
In Italia per chiamarsi “repubblicani” occorre posizionarsi all’interno della tradizione laica, anti-autoritaria, patriottica, europeista, risorgimentale che parte da Giuseppe Mazzini e che passa attraverso l’esperienza resistenziale e antifascista delle brigate partigiane di “Giustizia e Libertà”. Dichiararsi repubblicani in Italia non è una banale operazione di marketing o di re-branding, ma è una precisa scelta di valori inderogabili, di principi non negoziabili. Soprattutto se pensiamo che la leader del principale partito della destra fatica ancora moltissimo a pronunciare due parole cruciali, che sono difficili da dire solo se non si possono dire: «Sono antifascista». I repubblicani e i “repubblichini” stavano sui lati opposti della storia. Così come oggi stanno sul fronte opposto di Orban e Putin. Per questo è importante che anche nel centrosinistra si sia consapevoli del peso della scelta lessicale. Se per proclamarsi “repubblicani” probabilmente non è necessario avere in tasca la tessera del Pri, occorre anche però che non si annacqui il senso di quell’aggettivo.
Chiamarsi “repubblicani” non significa solo un generico richiamo al senso del “bene comune”, non è solo “Agenda Draghi”, non è solo doveroso ossequio alla competenza. Tutti questi sono elementi importanti e indubbiamente da sottoscrivere, imprescindibili punti di partenza: ma per essere per davvero repubblicani, occorre tenere presente il richiamo di Mazzini, che prescriveva il repubblicanesimo come Missione, che spronava i giovani a spezzare lo scetticismo e il nichilismo e in definitiva anche l’utilitarismo. Per essere repubblicani, occorre almeno un po’ di Fede, laicamente e mazzinianamente intesa: una Fede un po’ ribalda, con il gusto giacobino dell’utopia, consapevole che la politica non è solo far quadrare i bilanci, ma costruire insieme cittadini.







