Piergiorgio Vasi ci ha inviato il seguente articolo
Ancora una volta Bologna si trova a essere teatro non di una civile ricerca di verità, ma di una pericolosa strumentalizzazione politica che ha prodotto l’unico risultato tangibile che chiunque avesse occhi per vedere poteva prevedere: disordini, violenza e vergognosi attacchi alle Forze dell’Ordine. E ancora una volta, ci troviamo costretti a constatare come la ricerca di un accordo, di una pur minima sintonia con la fazione politica che oggi siede a Palazzo d’Accursio, sia un sentiero impervio, forse impraticabile, per chi come noi repubblicani fa della legalità la propria stella polare.
È difficile, se non impossibile, trovare un terreno comune con la maggioranza politica di un Sindaco che, senza avere in mano alcun risultato dell’autopsia, senza disporre di un solo referto medico-legale ufficiale relativo alla tragica morte di una persona totalmente “fuori controllo”, avvenuta dopo un fermo, decide di convocare una manifestazione. Non un presidio di riflessione, non un appello alla calma in attesa che la magistratura faccia il suo corso, ma una “marcia per la ricerca della verità”. Un’espressione che suona sinistramente vuota quando, nei fatti, è stata accompagnata da una narrazione che dava già per certa una verità contraffatta, un’assoluta falsità eretta a postulato: l’esistenza di una colpa premeditata, di un’eterodirezione delle istituzioni per colpire un singolo.
In questo modo, il primo cittadino non ha dato voce alla ricerca di giustizia, ma ha alimentato e legittimato la rabbia di una parte contro l’altra. Era evidente, nella sua cristallina prevedibilità, che una simile iniziativa sarebbe stata immediatamente strumentalizzata dalla sinistra più estrema e da tutti quei gruppi “propal” che vivono e proliferano nel sottobosco bolognese, gruppi per cui ogni episodio è benzina da gettare sul fuoco della loro guerra ideologica contro lo Stato. Non aspettarsi disordini era praticamente impossibile, e questo è un compito di valutazione che le istituzioni, e in particolare la figura principale dell’istituzione comunale, il Sindaco, non possono non aver svolto. È difficile, perciò, non immaginare una dolorosa corresponsabilità politica in quanto accaduto. Non si può gettare una pietra in uno stagno e poi fingere stupore per i cerchi che si allargano, tanto meno per l’onda che finisce per travolgere gli agenti in divisa, fatti oggetto di attacchi senza un preciso motivo se non quello di rappresentare lo Stato che si vuole destabilizzare.
In questo clima, è nostro dovere ribadire un principio cardine di civiltà giuridica che sembra essere stato pericolosamente accantonato: la responsabilità penale è, e deve restare, sempre e soltanto personale. Non esiste la colpa di un Corpo, non esiste la colpa di un gruppo di Forze Armate o di Polizia. Rifiutiamo con forza l’idea, che serpeggia in certa propaganda, che possano esistere istituzioni dello Stato etero-dirette per colpire un singolo individuo. È una deriva tossica che mina le fondamenta della nostra convivenza. Anche noi, lo gridiamo forte, vogliamo la verità. La vogliamo piena e cristallina. Ma quella verità la dovranno stabilire le indagini, il lavoro della magistratura e le inoppugnabili risultanze scientifiche dell’autopsia, di cui non possiamo permetterci di mettere in dubbio l’esito prima che vengano fatte. Fare il contrario non è sete di giustizia, è linciaggio preventivo.
Il Partito Repubblicano è sempre stato un fautore intransigente della legalità. Nei momenti più bui della storia della Repubblica, la nostra tradizione politica, che ha avuto il suo apice nell’esecutivo guidato da Giovanni Spadolini – l’unica volta in cui un repubblicano è stato a capo del governo di questo Stato – ha saputo impartire una lezione di fermezza che oggi appare dimenticata. In quelle circostanze utilizzammo un pugno di ferro e una determinazione totale contro tutti coloro, di qualunque colore e matrice ideologica, che volevano rovesciare lo Stato e l’ordine democratico. Non cedemmo a ricatti di piazza, non concedemmo spazio a chi confondeva il diritto di manifestare con l’assalto alle istituzioni.
Quella lezione di responsabilità e di difesa dello Stato di diritto è oggi più attuale che mai. Ed è proprio in nome di quella lezione che guardiamo con sdegno e preoccupazione a chi, dai palazzi del potere locale, alimenta la confusione tra vittima e colpevole, tra diritto e violenza, offrendo un palcoscenico a chi vede nella nostra Repubblica un nemico da abbattere. Con costoro, credo proprio che per noi repubblicani, un accordo sia semplicemente inconcepibile, salvo un netto cambio di rotta.
pubblico dominio







