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Liberalisti immaginari

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
12 Aprile 2025
in L'editoriale
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Ora che tutti sono diventati esperti di storia statunitense si possono tirare un po’ di somme. McKinley riscoperse il protezionismo statalista di tipo lincolniano abbandonato immediatamente dai suoi predecessori. Theodor Roosevelt era contrario al laissez faire e le riforme del suo governo furono di tipo interventista. Va anche detto che il tentativo di regolare la vita statunitense nei primi anni del ‘900 era altrettanto utopistico che pensare di istituire il socialismo in Russia. Con il protezionismo e lo statalismo, Wilson fu in grado di prepararsi per la guerra e Hoover fu il più smaccatamente protezionista di tutti. I dazi come sistema lo impose lui. Franklin Delano Roosevelt, smontò lo Smoot–Hawley Tariff Act nel ’34, il tempo sufficiente di avere creato il welfare statunitense al riparo di quello. Il Senatore Benny Sanders che da vent’anni accusa il globalismo di avere rovinato la classe operaia americana è l’erede autentico del pensiero rooseveltiano. Non a caso Obama appena eletto, mise una lista di dazi lunga tanto per compiacere il povero Sander accusato di essere comunista più di lui. Trump che era favorevole al protezionismo persino al tempo di Reagan, l’unico liberale in senso proprio con il vecchio Nixon, non ebbe nient’altro da fare durante il suo primo mandato che mantenere i dazi lasciategli da Obama. Biden non riprese il trattato di liberò scambio redatto magistralmente da Obama e azzerato da Trump in un nano secondo, non era stato firmato. Mantenne in vigore i dazi di Trump, aggiungendone di nuovi contro la Cina. Ed eccoci ai giorni nostri con l’annuncio dei dazi che fanno precipitare i mercati. L’annuncio per l’appunto, i dazi già ci stanno. L’Europa ha messo dazi all’America dagli anni ’60 del secolo scorso, sui pochi prodotti che esportava. Pantaloni da lavoro principalmente.

Trump nella sua narrazione ce l’ha a morte con l’Europa. L’America ha liberato la Francia, e quella uscì subito dal patto atlantico vagheggiando un sogno coloniale che finì miseramente nel 1962, le cui conseguenze si patiscono ancora oggi in mezza Africa. L’America ricostruì anche la Germania e l’Italia e una subito si volse ad est per maggiori opportunità e l’altra mise in piedi il più grande partito filo russo in occidente a contestarla per 45 anni. Comunque Trump ha detto che l’Europa, per lo meno, si è mostrata intelligente, ovvero ha subito sospeso le contromisure sui dazi. Trump rispetto a tutti i suoi predecessori ha una sola ideologia, gli affari. Un uomo di affari di successo, secondo il suo pensiero ovviamente, cerca una posizione di forza da assumere e poi tratta. Non esiste uomo d’affari che non tratti. Nel suo piccolo, il grande affarista, lo si chiama “mercante di tappeti”.

La convulsione trumpiana fin dai primi giorni ha dato fastidio al resto del mondo. eppure ha un’attenuante. Trump è diventato presidente di un grande paese che si trova a fronteggiare un ex grande paese che ancora bulleggia una regione europea, ed un grandissimo paese che si è svegliato da secoli di torpore, il peggior incubo rooseveltiano, e si espande in Africa. Trump sbraita contro la Groenlandia, il Messico, l’Europa perché nella sua testa deve apparire un bullo come i suoi rivali per competere. L’unica cosa che ha fatto in concreto finora, a parte affossare le borse, e rimpatriare i migranti irregolari, la migrazione regolare in America ha stravolto l’intera etnia continentale è di bombardare gli Huti in Yemen. Oggi c’è un bellissimo articolo del professor Panebiamco sul Corriere della Sera, “Europeisti davvero”, quelli che manco sanno difendere il canale di Suez, mica l’Ucraina e che hanno bisogno dell’America per farlo.

L’Europa potrebbe ancora dare per una volta e finalmente, una lezione liberale all’America. Ha l’occasione per farlo. Azzeri lei tutti i dazi che ci sono da anni, altro che proporne alle Big Tech e si apra a nuovi mercati, questo anche se Trump mai li metterà nei suoi riguardi. Che l’America facesse pure quello che le pare. Va aggiunto che i cinesi di tutto questo se la ridono. Danno per escluso che l’America sia in grado di ricostruire una classe operaia specializzata, figurarsi l’Europa.

licenza piwabay

Tags: ObamaTrump
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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