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Continuare a non capire niente del Vietnam

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
30 Aprile 2025
in L'editoriale
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L’ingresso delle forze nordvietnamite a Saigon di cinquant’anni fa non è, come si scrive ancora oggi, la fine della guerra del Vietnam. È solo la violazione di un accordo di pace firmato due anni prima fra Kissinger e Le Duc Toh. Per chiudere il contenzioso epocale il presidente Nixon si guardò bene dall’affermare che il Nord Vietnam avesse perso la guerra. L’avesse vinta, sarebbe entrato a Saigon nel 1973 e siglato la pace con gli sconfitti nella capitale del sud, non a Parigi. Mentre l’America non aveva nessun interesse ad intestarsi la vittoria di un simile conflitto, voleva invece buttarselo alle spalle il prima possibile. La formula di Nixon era “la pace onorevole”, una formula che al nord Vietnam piacque moltissimo. Nemmeno McNamara, il segretario alla difesa di Kennedy e poi di Lyndon Johnson, la mente della prima fase della guerra in Vietnam, quella dell’escalation, aveva mai pensato di poter democratizzare il Vietnam. La popolazione del Vietnam del sud era comunista esattamente come quella del nord. Gli anticomunisti erano una minoranza racchiusi fra l’élite militare, i religiosi e la popolazione delle montagne, i Hmong. Gli americani non si fidavano nemmeno del presidente Diem che venne eliminato subito da Kennedy con un colpo di Stato nel 1963.

Anche solo pensare che Ho ci min fosse disposto a fare una guerra lunga 15 anni per il Vietnam del sud, è una sciocchezza. Il vecchio Ho sapeva benissimo che il Vietnam del sud gli sarebbe caduto in mano come una mela marcia. Ho ci min voleva unificare sotto Hanoi l’intera Indocina francese. Questa era la vera posta in gioco per il nord Vietnam. L’intervento statunitense dipese dalla necessità di impedire la sostituzione comunista al dominio francese. Le tremila pagine dei Pentagon pepers, fecero scalpore, ma nessuno se le è lette, se non per quello che riteneva utile. L’America difendeva la Tailandia, dal momento che la Birmania era sotto un controllo repressivo militare fin troppo efficace, mentre Laos e Cambogia, come il Vietnam del sud, non avevano accesso all’Oceano indiano. Mosca e Pechino odiavano i nord vietnamiti verso i quali gli americani erano indifferenti. In compenso ambivano ad aprirsi una strada su quel mare. La Cina provò persino l’aggressione nel 1979 e i cinesi ne presero talmente tante che l’offensiva si concluse entro un mese. Anche i rapporti del nuovo Vietnam con Mosca si deteriorano. I russi persero interesse. Restavano confinati comunque nell’entroterra. Il Vietnam sarebbe divenuto nel giro di vent’anni il miglior amico dell’America, cosa che ancora è oggi. Il paese dei dazi zero, per l’appunto.

Un’idea della complessità politica provocata dalla guerra negli Stati Uniti dovrebbe essere data dal fatto che il principale avversario di Lyndon Jonson, il presidente che diede la massima esposizione militare, fu Robert Kennedy. Robert, il falco dell’amministrazione del fratello divenuto colomba con quella Jhonson. Mentre Johnson da vice presidente, era proprio contrario all’intervento. Aveva vinto le elezioni per fare la pace e si trovava costretto a spedire il maggior numero di truppe. Sotto la guida di McNamara lo stato maggiore non comprese mai nulla di quanto avvenisse sul campo, avviandosi al disastro. Partirono operazioni come la “conquista dei cuori e delle menti”. Il risultato fu che i contadini ti facevano saltare per aria solo a vederti, ed in città i kong ti assalivano l’ambasciata.

Nixon cambiò registro. Staccò i cinesi dai russi, aperse la distensione con Breznev e su Hanoi, scatenò l’inferno. Nixon ottenne la pace e ritirò le truppe per la soddisfazione del Congresso che non voleva più spendere un dollaro. In Vietnam cresce solo l’incenso ed il riso, non ci sono terre rare. Il mondo odiò Nixon, l’America gli concesse il secondo mandato con un entusiasmo tale che avrebbe potuto chiederne anche un terzo. L’America non perse il Vietnam, perse il Watergate, quello solo non si poteva fermare. Altrimenti si sarebbe detto che l’America censurava la stampa come la Russia metteva al bando il dissenso. Fu il presidente della piccola Singapore, che aveva una qualche visione profonda della situazione, a chiedere a Kissinger se gli occidentali fossero matti, tanto da far dimettere chi aveva difeso il mondo libero, per uno scandalo d’albergo.

licenza Pixabay

Tags: JohnsonNixon
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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