L’ultima proposta del governo — secondo cui l’insegnamento dell’educazione sessuale a scuola dovrebbe essere subordinato al consenso dei genitori — solleva non pochi interrogativi. Anzi, fa emergere una questione centrale: che cosa significa davvero “libertà educativa”? E cosa distingue la libertà dall’arbitrio?
A una prima lettura, l’idea potrebbe sembrare rispettosa della sensibilità familiare. Ma a ben vedere, si tratta di una distorsione profonda del ruolo della scuola e dello Stato in una democrazia laica e pluralista. È come se si dicesse: “Puoi studiare Dante solo se i tuoi genitori sono d’accordo”. Magari perché, nell’Inferno, colloca il profeta Maometto tra i seminatori di discordia. O perché, più prosaicamente, nei versi dell’Inferno e del Purgatorio si parla esplicitamente di sesso, peccato e punizione.
È la scuola, questa? O una parrocchia confessionale?
La verità è che si tenta di camuffare l’ignoranza da libertà. Come direbbe Voltaire (che già nel Settecento di oscurantismo se ne intendeva): “Colui che può farti credere assurdità, può farti commettere atrocità.”
Ebbene, qui l’assurdità è pensare che i diritti dei bambini e delle bambine a conoscere il proprio corpo, a capire il consenso, a riconoscere gli abusi, possano essere subordinati a una firma di mamma e papà. O peggio: alla paura della politica di dire la verità.
L’educazione sessuale non è una moda ideologica. È un presidio di libertà, salute e consapevolezza. E lo dice anche l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), che raccomanda un’educazione sessuale scientificamente fondata a partire dalla scuola primaria. In Italia invece, siamo fermi al sospetto, ai rosari nei cassetti e al catechismo mascherato da pedagogia.
La scuola non è un supermercato della conoscenza, dove si prende solo ciò che piace. È — o dovrebbe essere — il luogo dove si formano i cittadini, non i consumatori. Dove si esercita il pensiero critico, non dove si protegge ogni pregiudizio. L’educazione sessuale, in particolare, non è un capriccio ideologico, ma una necessità pedagogica e civica. Serve a prevenire abusi, malattie, discriminazioni. Serve a costruire relazioni fondate sul rispetto e sulla consapevolezza. Negare questa possibilità per “tutela familiare” è come voler combattere l’ignoranza con l’oscurantismo.
E c’è dell’altro: affidare ai genitori la scelta se un figlio debba o meno ricevere educazione sessuale significa ammettere che l’educazione è una concessione privata, e non un diritto pubblico. Significa abdicare al dovere della Repubblica di formare cittadini liberi, consapevoli, capaci di comprendere se stessi e gli altri.
La Costituzione italiana è chiarissima: l’articolo 33 afferma che “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”, e l’articolo 34 sancisce che “La scuola è aperta a tutti”. Questo non è un dettaglio tecnico, è l’anima stessa della nostra Repubblica: la scuola pubblica è uno dei grandi strumenti di emancipazione, uguaglianza e cittadinanza.
In una democrazia liberale e repubblicana, la scuola non può essere ostaggio delle ideologie domestiche o dei moralismi identitari. Questo tipo di “consenso informato” ha molto poco a che fare con la libertà e molto, invece, con il sospetto verso la cultura, verso la scienza, verso il sapere condiviso.
Chi si batte per il consenso dei genitori sull’educazione sessuale dovrebbe almeno essere coerente: e allora perché non chiedere il permesso anche per studiare la Shoah? O Darwin? O il colonialismo italiano? Anche questi, per qualcuno, potrebbero urtare sensibilità familiari. Ma la scuola non è uno spazio di conferma delle credenze, è un luogo di confronto, talvolta scomodo, ma sempre necessario.
La verità è che questa proposta è il frutto di una visione regressiva e ideologica che, con la scusa della “libertà”, mina l’universalità dell’istruzione pubblica.
Ebbene, qui l’assurdità è pensare che i diritti dei bambini e delle bambine a conoscere il proprio corpo, a capire il consenso, a riconoscere gli abusi, possano essere subordinati a una firma di mamma e papà. O peggio: alla paura della politica di dire la verità.
L’educazione sessuale non è una moda ideologica. È un presidio di libertà, salute e consapevolezza. E lo dice anche l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), che raccomanda un’educazione sessuale scientificamente fondata a partire dalla scuola primaria. In Italia invece, siamo fermi al sospetto, ai rosari nei cassetti e al catechismo mascherato da pedagogia.
Si vuole trasformare la cultura in una scelta privata, e l’ignoranza in una libertà. Ma noi repubblicani sappiamo bene che la libertà non è fare ciò che ci pare. È partecipare consapevolmente alla vita sociale e pubblica. Ed è proprio per questo che l’educazione, anche sessuale, non può essere opzionale ma un vero e proprio pilastro di un’educazione che in primis deve essere educazione al civismo. Per formare cittadini consapevoli e non sudditi di un “mondo al contrario” che di contrario ha solo il bene e il progresso dell’umanità che si manifesta in donne e uomini responsabili.
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