Il governo Netanyahu ha compiuto, e continua a compiere, scelte politiche gravemente discutibili, dentro e fuori Israele. La riforma giudiziaria che ha spaccato il Paese, la colonizzazione spinta dei territori contesi, le tensioni costanti con l’autorità palestinese moderata, la gestione durissima dell’attuale guerra a Gaza. Le immagini che arrivano ogni giorno da Gaza sono strazianti. Migliaia di civili palestinesi uccisi, tra cui un numero spaventoso di bambini. Interi quartieri rasi al suolo, ospedali devastati, fame e sete usate come strumenti di pressione bellica. Condannare queste azioni è un dovere morale, prima ancora che politico. La sproporzione e l’indifferenza verso la popolazione civile devono interrogare Israele e il suo governo. Tutto questo merita critiche severe, anche da parte di molti israeliani, ebrei, laici, religiosi, pacifisti.
Ma proprio perché la critica è necessaria, va anche ricordato che il governo Netanyahu, pur con tutte le sue scelte contestabili, è espressione del voto democratico di un Paese che resta, nel contesto mediorientale, una delle pochissime democrazie autentiche. Una democrazia fragile, imperfetta, divisa, ma vitale. E il Partito Repubblicano Italiano, che da sempre ha legato il suo sostegno a Israele al valore della libertà e della democrazia, lo sa bene: è proprio questo che rende più autorevole ogni sua critica, mai ideologica, mai strumentale.
Ma c’è un confine invalicabile, che il dibattito pubblico, in Europa e anche in Italia, sta troppo spesso cancellando: il confine tra la critica legittima a un governo e l’odio verso uno Stato, un popolo, una religione.
Quando Israele viene accusato di “genocidio” senza che Hamas venga menzionato, quando il sionismo viene usato come insulto, quando in piazza si bruciano le bandiere israeliane e si inneggia all’intifada, non siamo più nel campo della politica. Siamo nel campo del razzismo.
Israele non è Netanyahu e la Palestina non è Hamas. Chi difende la democrazia, il diritto internazionale, la libertà dei popoli, deve avere il coraggio di difendere il diritto di Israele a esistere, così come deve sostenere la nascita di uno Stato palestinese libero, ma davvero libero: non soggiogato da Hamas, non strumentalizzato da Hezbollah, non costruito sul culto dell’odio.
Un futuro di pace tra Israele e Palestina esiste solo se si riconoscono entrambi i popoli, non se si giustifica il terrorismo di uno contro l’altro. E il punto più scandaloso dell’attuale momento storico è proprio questo: l’assenza di empatia verso le vittime israeliane, la cancellazione del loro dolore.
Il 7 ottobre 2023 non è stato un semplice “attacco” o un’escalation militare: è stato un pogrom moderno. Civili uccisi, bambini bruciati vivi, stupri sistematici, famiglie sterminate. E 251 ostaggi rapiti, molti dei quali ancora prigionieri, in condizioni disumane, nell’indifferenza quasi assoluta delle piazze e delle cancellerie occidentali.
E anche l’Italia non è esente da responsabilità. Manifestazioni “pro Palestina” diventate vetrine di odio, cori che equiparano la stella di David alla svastica, professori universitari che propongono boicottaggi accademici contro colleghi israeliani, comitati che chiedono di “ripulire” le biblioteche dagli autori “sionisti”.
In troppe scuole si tace su ciò che è successo il 7 ottobre. In troppe università si chiudono gli occhi su chi manifesta con i simboli di Hamas. In troppe piazze si sventolano bandiere palestinesi come bandiere di odio, non come bandiere di pace.
In tutto questo, gli ebrei italiani, ancora una volta, si ritrovano soli. Soli a dover spiegare che si può essere israeliani e progressisti. Soli a dover ricordare che essere ebrei non significa appoggiare ogni governo israeliano. Soli a dover sopportare l’inquietante ritorno della logica del sospetto.
Lo ha scritto Liliana Segre: “L’indifferenza è più colpevole della violenza stessa”. Perché legittima tutto, lascia fare, normalizza l’odio.
Oggi, l’indifferenza dell’Occidente verso il terrorismo di Hamas, verso gli ostaggi, verso i bambini israeliani morti o feriti a vita, non è più un vuoto morale. È una scelta. Una scelta pericolosa.
Perché l’antisemitismo non è solo un problema ebraico: è il termometro di quanto una società è ancora capace di distinguere tra bene e male, tra verità e menzogna, tra giustizia e propaganda.
E se oggi l’Occidente, Italia inclusa, accetta senza fiatare la narrazione secondo cui Israele sarebbe la radice di tutti i mali, allora sta scegliendo di nuovo la parte sbagliata della storia.







