Le parole del ministro degli esteri Lavrov, secondo le quali l’occidente userebbe l’Ucraina come un ariete contro la Russia, non sono il solito tentativo di scaricare le responsabilità della guerra di Putin e passare come povere vittime. C’è il termine “ariete” ad essere inusuale nel linguaggio del diplomatico del Cremlino.
Lavrov ha cambiato per la prima volta la narrazione della guerra in Ucraina, alludendo al fatto che la Russia possa essere sfondata, questo il significato della sua posizione. Una forma di presa di coscienza tardiva. Tre anni di combattimenti, un milioni di morti, lo spettro di una crisi economica, in realtà già in corso, e adesso una nuova offensiva per conquistare Sumy, un paesone di 250 mila abitanti a venti chilometri dal confine russo. Israele ha messo in ginocchio l’Iran in una notte di bombardamenti, Putin ancora non ha preso Sumy, magari non ci riesce nemmeno. Descrivere la situazione del fronte in queste settimane, non fosse tragico sarebbe grottesco. I russi attaccano con truppe motocicliste che sono state regolarmente spazzate vie e ancora non c’erano le mine antiuomo sulle strade..
La Russia ha abbandonato in un mese la Siria e l’Iran a loro stesse. Non è più una superpotenza. Questo Putin ancora non l’ha compreso, ma Lavrov di sicuro ha un colpo d’occhio migliore. L’America che vuole ritirarsi dallo scenario ucraino, lo conferma. L’America si occupa delle grandi questioni intercontinentali, il medio oriente, l’Asia. L’Ucraina è solo una crisi regionale. Se oggi la Russia espugnasse Sumy, sarebbe per fare una zona cuscinetto non per conquistarla. Non sarebbe in grado di tenere una città di quelle dimensioni la Russia. Piuttosto Putin deve guardarsi le spalle. L’Ucraina ha dimostrato di essere in grado di colpire il territorio russo in profondità e potrebbe volerlo far pagare di tutte le bombe che le sono cadute addosso in questi anni. Le difese aeree russe, le stesse impegnate in Iran, non sono parse inviolabili. A confronto quelle fornite a Kyiv dall’occidente, funzionano meglio.
Se Trump ordinasse un bombardamento come quello fatto sull’Iran sulla Russia, cosa farebbe il Cremlino? Impiegherebbe l’arma nucleare per essere stata colpita da ordigni convenzionali? E su chi? Era il dibattito che divise l’esercito e l’aereonautica statunitense dalla presidenza Kennedy. Lo Stato maggiore riteneva che si sarebbe potuto colpire tranquillamente Cuba senza che i russi rispondessero sfoderando le atomiche sugli alleati. Semmai il rischio della guerra atomica si aperse con il blocco navale. Rispetto ad allora, la Russia è molto più esposta. Non ha più tutti gli Stati satellite ed è impegnata a combattere, una guerra che per sua stessa definizione è da considerarsi civile. Può contare davvero sulla alleanza con la Cina? La battuta di Trump che invidia Xi, non sarà un messaggio alla Russia?
Trump affronta una bufera nei sondaggi. Secondo il Washington Post, cioè ancora un giornale amico, il sessanta per cento degli americani è contro la sua riforma fiscale. Solo in California ci sono stati un milione di persone in piazza a contestare la sua politica migratoria ed è di nuovo sotto attacco di Elon Musk. In Russia invece è tutto tranquillo. Se mai ci fosse un sondaggio sulle misure prese da Putin in economia, il novanta per cento dei russi si esprimerebbe a favore. Lavrov che si è esposto un po’troppo alludendo alla possibilità dell’occidente di sfondare la Russia con l’Ucraina, subirà una tirata di orecchie, niente vodka per un mese. La popolazione è al lavoro o in casa, al limite è colta a rubare ai supermercati. Sono dei bambini i russi. Eppure al Cremlino i nervi sono tesissimi per le manifestazioni contro il regime a Belgrado. Lì sono gli studenti ad essere usati come arieti dall’occidente. E pensare non ci sono più muri a difendere l’impero russo da più di quarant’anni. Forse troppi per aver ancora garantito un futuro. Un altro anno così e sembra l’impero austroungarico nel 1918 quello russo.
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