“Non siamo pronti”, ha detto il ministro della Difesa Guido Crosetto. Non siamo pronti né a un attacco russo, né a un attacco di un altro Paese. “Vent’anni di investimenti insufficienti nella difesa non si recuperano in un anno o due”. Parole gravi, che devono essere prese sul serio. Non come proclami da campagna politica, ma come allarme istituzionale, che smuove la responsabilità di chi governa e chiama in causa tutti noi, cittadini, come parte della comunità nazionale.
Che un ministro della Difesa dichiari pubblicamente che il Paese non sia pronto è cosa senza precedenti recenti. È l’ammissione che lo strumento per garantire la sicurezza nazionale è fragile, che ci sono lacune su cui non si è intervenuti con la necessaria lungimiranza, nonostante un contesto internazionale sempre più instabile.
Proprio questo contesto rende le parole del ministro ancora più inquietanti. Non siamo in un tempo normale. Il conflitto in Ucraina ha oltrepassato i tre anni. La Russia ha rafforzato la sua postura aggressiva, la NATO è in una fase di riarmo, il Medio Oriente brucia su più fronti, e la Cina osserva, mentre si riorganizzano equilibri globali che credevamo consolidati. Il rischio di un’escalation regionale che travalichi i confini dell’Ucraina non è più un’ipotesi da analisti, ma una concreta possibilità strategica.
E la storia, purtroppo, non perdona chi dimentica. La scintilla del secondo conflitto mondiale, incrociando le dita, fu un “incidente” ai confini della Polonia. All’epoca come oggi, vi erano tensioni territoriali, diplomazie cieche o in ritardo, e un’opinione pubblica che voleva credere che “non succederà”. Ma accadde.
Come ammoniva Benedetto Croce: “La storia non è maestra di nulla che possa essere insegnato, ma ha discepoli attenti e severi.”
Oggi, dunque, non possiamo ignorare i segnali. Non siamo di fronte a un’eventualità remota, ma a una realtà che richiede prontezza, serietà, coesione e visione politica.
Per questo, la comunicazione del ministro, per quanto onesta la si voglia giudicare, solleva interrogativi legittimi. Si può e si deve parlare con trasparenza, ma da un Ministro della Difesa, che parla a nome della Repubblica, ci si attende anche compostezza istituzionale, concretezza e capacità di rassicurare.
Perché dichiarare pubblicamente che l’Italia non è in grado di difendersi, senza illustrare nel dettaglio le misure in atto o i piani per colmare le carenze, può avere effetti dissuasivi sul morale interno e attrattivi per forze ostili.
In altre parole, non si lancia un allarme senza accendere immediatamente il sistema d’emergenza.
Anche perché c’è poi una questione di scelte strategiche. Se davvero il Paese non è pronto, perché negli ultimi anni l’Italia ha sostenuto senza riserve l’escalation militare europea, senza lavorare con maggiore decisione a rafforzare il proprio profilo diplomatico, culturale, politico in ambito internazionale?
L’Italia ha storicamente avuto una vocazione europeista e atlantica, ma anche una forte cultura del dialogo, che ha saputo agire da ponte in contesti di crisi. Non si tratta di neutralismo o di equidistanza, ma della consapevolezza che la sicurezza non è solo armamento, ma anche politica estera coerente, diplomazia efficace, cultura della pace e responsabilità istituzionale.
Un ministro della Difesa che dice che l’Italia non è in grado di difendersi ha solo due strade: o agisce subito, con il massimo rigore e discrezione, oppure prende atto della propria inadeguatezza e si fa da parte. Non possiamo permetterci né l’una né l’altra cosa a metà.
L’Italia ha bisogno di una Difesa all’altezza, non solo sotto il profilo militare, ma anche culturale e politico. Serve una visione che coniughi realismo, responsabilità e senso della misura.
In gioco non c’è solo la credibilità del governo, ma la sicurezza della Repubblica, la fiducia dei cittadini e il posto dell’Italia in un mondo che si sta rapidamente trasformando.
Di fronte a sfide così complesse, una forza politica come il Partito Repubblicano Italiano, laica, democratica, riformatrice, occidentale ed europeista, ha il dovere di alzare il livello della riflessione pubblica, richiamando tutti a una visione alta e coerente dello Stato.
Non servono slogan, ma una cultura della responsabilità e della legalità repubblicana, fondata sulla centralità delle istituzioni, sull’autonomia strategica europea, e sulla consapevolezza che la sicurezza nazionale non si improvvisa, ma si costruisce nel tempo, con metodo, rigore e spirito di servizio.
“La politica non è amministrazione dell’esistente, è visione del futuro.” Queste parole di Ugo La Malfa, ancora oggi, suonano come un monito severo ma necessario. Non basta gestire ciò che c’è: occorre prevedere, progettare, costruire, in nome dell’interesse nazionale e della credibilità internazionale.
È questa la responsabilità delle forze politiche serie, delle culture democratiche che non rincorrono l’urgenza ma si preparano con rigore e metodo alla complessità del domani.
Ed è proprio questo che oggi manca: una visione che unisca difesa, sicurezza, libertà e giustizia in un quadro di democrazia costituzionale. Il PRI può e deve essere portatore di questa visione, senza rincorrere la cronaca, ma tornando a educare l’opinione pubblica alla complessità del reale.
galleria presidente del Consiglio dei Ministri







