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Il tradimento della democrazia

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
18 Settembre 2025
in L'editoriale
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Il peggior tradimento della democrazia è giudicare tradita la democrazia che delude le nostre aspettative. Non c’è una internazionale democratica, come non c’è un universale democratico, ogni democrazia si costituisce come può e come meglio crede.

La democrazia anglosassone dispone ovviamente di un sistema di contropoteri decisivi per l’ordinamento democratico, alla base del quale vi è un limite di mandato che con il voto consente il rinnovamento del governo, un fattore dirimente di una società democratica.

Mantenere una stessa guida politica o anche solo amministrativa, più di un regime democratico, è tipico di un emirato. Il motivo per cui l’America dopo Roosevelt mise un limite ai due mandati presidenziali, mentre l’Inghilterra non consente che se ne consumino due interamente al leader del partito che ha vinto le elezioni. La signora Thatcher venne sostituita, come un qualsiasi Tony Blair, nel pieno del suo secondo mandato. L’Italia che per quarant’anni aveva lo stesso partito al governo e cambiava le formule e le nomine dicasteriali, venne considerata una democrazia bloccata. Poi venne anche definita acefala per la ragione che il presidente del consiglio era un primo inter pares. Eppure una democrazia bloccata, una democrazia acefala, è pur sempre una democrazia, per quanto possa apparire scadente.

Anche un governo democratico può venir meno ai suoi principi costitutivi e forzare il quadro istituzionale in cui è inserito e questo è avvenuto dai tempi di Roma antica a quelli della Roma contemporanea con il governo che non ti faceva uscire di casa, nemmeno fossimo sotto le bombe. Lo stato di guerra restringe necessariamente le prospettive democratiche di una nazione, si vide a Roma con il consolato di Mario e in Francia già con il comitato di salute pubblica prima ancora che con Bonaparte. La stessa guerra in cui si ritrova Israele comporta altrettanto un limite certo allo sviluppo democratico. Bisogna solo tenere presente che Roma e la Francia si estendevano su tutta l’Europa e anche oltre. Israele ha più o meno i confini della Sicilia. Uno Stato di quelle dimensioni può compiere scelte sbagliate, difficile che rinneghi le sue scelte democratiche perché tutta la popolazione si consulta facilmente ed ha l’abitudine di esprimersi liberamente come di muoversi in qualsiasi condizione.

Lorenzo Cremonesi, sul Corriere della Sera ha ricordato che Israele cacciò cinquecento mila arabi con la violenza e questo pone un serio dubbio sulle sue origini democratiche. Eppure gli arabi cacciati avevano la possibilità di costituire un loro Stato in un territorio limitrofo, fra altri paesi fratelli. Fossero rimasti in quello assegnato ad Israele dalle nazioni unite, non si sarebbe mai avuto uno Stato ebraico, dal momento che le capacità demografiche degli arabi superano di 4 volte quelle degli ebrei. Per questa semplice ragione, nessuno pensò mai davvero di poter costituire un nuovo Stato arabo nelle terre assegnate nella Palestina del mandato britannico. Troppo anguste per contenere una popolazione araba che aumenta al ritmo che si conosce. Se poi si vuole dire che Israele è un ostacolo alla piena vita democratica perché delimita la demografia araba, si chieda di porre fine ad Israele. In Europa si voleva eliminare la popolazione ebraica che pure era minoritaria, figurarsi se a maggior ragione non lo vogliono gli arabi che si vedono tolto il loro deserto.

Qui da noi invece si danno lezioni di democrazia persino all’America, che pure ha sempre avuto i suoi problemi, la carica che cumula i poteri del presidente con quelli del capo del governo. Solo che il capo di Stato americano si misura con cariche completamente indipendenti da lui che tali restano. Lo scontro di Trump con il presidente della Federal Reserve ha qualcosa di epico, perché Trump non lo potrà mai vincere. Semmai potrà compromettere il prestigio presidenziale presso le altre istituzioni americane che assistono interdette. Le elezioni di metà mandato scriveranno una parola sicura sulla democrazia americana. Fino a quel momento i sinceri democratici che stanno lì con il ditino alzato, farebbero bene a rispettare un presidente regolarmente eletto.

Domaine de Vizille museè de la Revolution Française

Tags: AmericaCremonesi
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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