Pier Giorgio Vasi ci ha inviato il seguente articolo che pubblichiamo volentieri
Mentre le sanzioni occidentali contro la Russia, sebbene massicce, sembravano aver trovato un’importante falla nel sistema economico globale, le recenti mosse di Pechino e Nuova Delhi potrebbero rivelarsi l’elemento decisivo, e a lungo atteso, per alterare gli equilibri del conflitto in Ucraina. La decisione della Repubblica Popolare Cinese di bloccare le importazioni di prodotti petroliferi russi, unita al dimezzamento degli acquisti di greggio da parte dell’India, non è una semplice variazione commerciale. È un terremoto geopolitico che dà un nuovo, concreto significato alla possibilità di una cessazione delle ostilità.
Fino ad oggi, il Cremlino ha potuto resistere alla pressione economica dell’Occidente proprio grazie al solido sostegno dei due giganti demografici ed economici asiatici. Russia, India e Cina, agendo di concerto seppur informalmente, hanno creato un contrappeso che di fatto neutralizzava l’efficacia delle sanzioni. Per Mosca, Pechino e Nuova Delhi erano clienti voraci e finanziatori indiretti; per l’Occidente, quei due colossi rappresentavano l’anello debole del sistema sanzionatorio, il modo attraverso cui il regime di Putin riusciva ad aggirare l’embargo e a continuare a finanziare la sua assurda e brutale guerra di aggressione.
Ora, qualcosa è cambiato. Le motivazioni di Cina e India potrebbero essere diverse – dalla ricerca di sconti migliori alla preoccupazione per la stabilità dei mercati, fino a calcoli geopolitici più ampi – ma l’effetto combinato è lo stesso: stringere il cappio finanziario intorno al Cremlino in un modo che le sanzioni occidentali, da sole, non erano mai riuscite a fare. La leadership di Vladimir Putin potrebbe essere messa in discussione come non mai proprio da questa mossa. Il suo potere si è fondato sulla promessa di stabilità e forza; un isolamento economico così netto, che giunge dai suoi partner strategici, mina alle fondamenta questa narrazione.
Questa nuova situazione getta una luce ancora più sinistra sulla ferocia del conflitto. Mentre si discute di petrolio e di equilibri globali, i civili ucraini continuano a morire sotto bombe russe. Il bombardamento di un asilo nido, avvenuto nei giorni scorsi, è solo l’ultima di una lunga serie di atrocità deliberate. È sconcertante notare la discrepanza nelle reazioni globali: dove sono le piazze piene di manifestanti che contestano la politica israeliana a Gaza, ma che sembrano assenti quando, da oltre quattro anni, la Russia colpisce sistematicamente condomini, ospedali, scuole e asili in Ucraina. Qui non ci sono civili usati come scudi umani , ma solo la cruda realtà di un aggressore che sceglie deliberatamente di colpire la popolazione civile.
Alla luce di questa nuova, potenziale leva economica, è necessaria una mobilitazione di massa della comunità internazionale. La pressione deve essere mantenuta al massimo per trasformare questa crisi economica russa in un’opportunità reale per la pace. È probabile che un accordo di cessate il fuoco richiederà concessioni dolorose anche da parte dell’Ucraina, ma porre fine a questo bagno di sangue è un imperativo categorico.
Infine, questa complessa evoluzione costringe a una rivalutazione, seppur critica e ponderata, della politica estera di figure come Donald Trump. La sua retorica sul fatto che gli alleati europei non facessero abbastanza e la sua spinta per un riallineamento degli equilibri commerciali, sebbene espressa in modi spesso destabilizzanti e contrari alla tradizione liberal-democratica degli Stati Uniti che il mondo repubblicano italiano ha sempre apprezzato, indicavano forse una percezione delle dinamiche di potere globale che ora si stanno manifestando in tutta la loro chiarezza. Il futuro della pace in Europa potrebbe quindi dipendere, inaspettatamente, da calcoli fatti non solo a Bruxelles o Washington, ma anche a Pechino e Nuova Delhi
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