La guerra alle porte è quella dell’Ucraina, non quella dell’Iran. Una nave russa che passa accanto alle coste europee può ricordarsi del sostegno dato in questi quattro anni al governo di Kyiv e decidere di sparare un missile. Quello che rimane delle strutture militari iraniane non ha colpi da sprecare. Se hanno provato un tiro contro la Turchia o Cipro, è stato intercettato e senza particolari ambasce, anche grazie alla distanza. Quanto all’arma del terrorismo l’Iran lo ha usato principalmente in medio oriente, contro bersagli in Libano, o in Cisgiordania, mai in Europa. Con l’Europa e nonostante le sanzioni statunitensi e l’isolazionismo, fino a l’altro ieri, l’Iran aveva un volume di scambi superiore ai tre miliardi di dollari.
Che poi l’Europa rifiuti le basi Nato agli Usa, non è una novità, è il motivo per cui gli americani vogliono la Groenlandia. Ogni volta che l’America si muove, la Nato le si mette di traverso. Come ha detto il premier britannico Starmer, non si gioca con la vita di milioni di persone e per carità. Qui si tratta solo di capire chi ci gioca, se gli ayatollah da quasi quarant’anni che ti impiccano se sei un’adultera, o gli americani che hanno perso la pazienza. Sulla base del ruolo svolto dall’Iran dal momento del ritorno di Khomeini ad oggi, viene da chiedersi come sia possibile che ancora nessun presidente statunitense decidesse di radere al suolo l’Iran, non lamentarsi che Trump si sia deciso a farlo.
Il presidente Obama nel 2015 deve aver avuto l’impressione che il suo tentativo di accordo con l’Iran sul nucleare fosse fallito, tanto che le sue dichiarazioni a riguardo anticipavano la decisione presa in queste ore. Il primo attacco all’Iran del giugno scorso, avvenne dopo che l’Agenzia internazionale dell’energia atomica rivelò la possibilità dell’incremento dell’uranio e che gli ayatollah si opposero ai controlli. Che agli europei non importi gran che dell’atomica iraniana, può essere, che Israele e l’America possano consentirla, scordatevelo. L’Europa non vuole averne parte, liberissima. L’Europa sostiene lo Stato palestinese, che se si fosse voluto fare, si sarebbe fatto almeno nel 2005. I cosiddetti palestinesi preferirono la guerra ad Israele, finanziati e sostenuti dall’Iran.
L’Europa avrebbe una gran voglia di sostenere i poveri mullah. Khomeini fu foraggiato ed esaltato in Francia, aveva estimatori ed ammiratori in Italia, era considerato un santo in Spagna. Non lo fa solo perché gli iraniani in esilio nel vecchio continente preferiscono le bombe alla loro casta religiosa e festeggiano in tutte le città inneggiando ai vituperati Netanyahu e Trump. Allora si rimedia innescando l’allarmismo, il baratro su cui viene portato l’universo mondo dall’America e dalla sua leadership criminale. Un copione bello consunto, funziona sempre, tanto che è quasi inutile da contrastare.
C’è solo un aspetto che balzerà presto all’evidenza, ovvero che sì, l’Iran è un paese gigantesco e quindi molto difficile da controllare, eppure il regime è stato spazzato via in un colpo solo. Per quanto possa essere strutturato lo Stato islamico, il colpo preso non è che si può riassorbire, soprattutto perché non è episodico. Eleggi pure il figlio di Khamenei alla guida suprema, presto dovrai eleggere il nipote. L’Europa non si faccia grandi illusioni sulle possibilità di resistenza di un paese privo di copertura aerea, che sta perdendo anche la sua marina. Farebbe meglio a mettersi l’animo in pace, perché l’azione militare israelo americana, non è improvvisata e i suoi obiettivi e le sue dinamiche certo non ce le spiegano a noi, gli amici dei palestinesi. Sta per iniziare una fase a terra che impiegherà le milizie curde. Ci vorrà del tempo, ma la situazione si stabilizzerà abbastanza rapidamente e con margini di rischio piuttosto contenuti. Preda dei suoi timori l’Europa preferisce restare a guardare, dare lezioni di morale, convinta che si possa convivere ottimamente con chi ti arresta se non ti fai crescere la barba, se non indossi il velo, o ascolti musica blasfema. Anche gli americani sono bacchettoni, ma non fino a questo punto.
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