Il libro del fisico teorico italiano Carlo Rovelli, dal titolo Sull’eguaglianza di tutte le cose. Lezioni americane (Adelphi, Milano 2025), nascendo – come ci indica il sottotitolo – da un corso di lezioni da lui tenute presso l’Università di Princeton nell’autunno del 2024, porta avanti una serie di riflessioni sulle implicazioni filosofiche della rivoluzione scientifica del XX secolo, rivoluzione i cui sviluppi sono tutt’ora in corso. Subito ci viene detto che la prima fonte di ispirazione di queste riflessioni è stata il trattato sapienziale cinese Zhuangzi, il quale, insieme con il Tao Te Ching, è uno dei due testi fondamentali del Taoismo: trattato il cui secondo capitolo reca come titolo proprio quello che Rovelli ha scelto per il suo libro. Ebbene, questo capitolo condividerebbe con la scienza attuale la stessa direzione che da essa ci viene indicata: l’«antifondazionalismo». Scrive: «elettroni e mente, sassi e leggi, giudizi e galassie non sono di natura essenzialmente diversa gli uni dagli altri. Sono nozioni che si illuminano a vicenda». E proprio come il trattato cinese in questione ci invita a relativizzare i concetti con cui siamo soliti dare un ordine alle cose, nonché a rinunciare a ricorrere a ragioni ultime per spiegare la realtà, così anche la scienza attuale ha definitivamente dissolto le nozioni tradizionali di spazio, di tempo, di oggetto e di causalità.
Ma la rivoluzione scientifica del XX secolo ha – come si sa – alle sue spalle quella portata avanti dai vari Copernico, Galileo e Newton. Solo che, a parità di effetti dirompenti prodotti tanto da quest’ultima quanto dalla rivoluzione scientifica in corso, la seconda ci mette davanti a salti concettuali decisamente più radicali di quelli a cui ci aveva abituato la prima. Ecco perché l’assimilazione di essa si dà come più ardua e più difficile, così che si può senz’altro dire che «la sua piena portata filosofica non sia stata ancora digerita». Oggi, se, da un lato, una parte della filosofia si tiene ancora presuntuosamente lontana dalla scienza contemporanea, dall’altro, anche quella che invece si mostra attenta alla sua lezione non fa molti progressi in avanti. E ciò proprio perché – a detta di Rovelli – essa fatica «a fare interamente i conti con il sapere della tumultuosa rivoluzione scientifica in corso». Ecco dunque da dove viene il bisogno di enucleare le implicazioni filosofiche e concettuali di questa rivoluzione, cosa che – come si è già detto – il fisico teorico italiano si propone appunto di fare nel libro in questione.
Parlavamo della relatività, su scala universale, dei concetti di cui ci serviamo per interpretare il mondo, uno dei quali è – come si è appena visto – quello di tempo. Ebbene, gli uomini condividono fra loro sulla Terra un concetto di tempo che credono valga anche per il resto dell’universo. Ma non è così. Ciò succede solo per un motivo, perché la superficie del nostro pianeta è molto piccola rispetto agli altri, così piccola che «per fare il giro la luce ci mette un decimo di secondo: meno di quanto riusciamo a percepire con i sensi». Ne viene che una telefonata che, da un capo all’altro del mondo, si dà in piena simultaneità, tra la Terra e un altro pianeta richiederebbe invece diversi anni. Ed è così anche per quanto riguarda la nostra nozione di oggetto, inteso come un’entità solida e stabile nel tempo. Nei mondi più vasti del nostro, al contrario, tutto è fluido, così che «i fenomeni non sono interpretabili in termini di oggetti. Non ci sono cose su Saturno». Noi pensiamo inoltre che esita il vuoto, laddove nel cosmo non c’è nulla che possa dirsi tale. Dichiariamo, ad esempio, vuoto un bicchiere, ma esso non lo è, perché invece è pieno di aria. E pensiamo anche che quel quarto di superficie terrestre in cui non c’è il mare, proprio come gli oggetti con cui abbiamo quotidianamente a che fare, goda di una certa stabilità. Possiamo così tranquillamente dire infatti di trovarci in un posto oppure in un altro, cosa che invece su Giove non avrebbe alcun senso. «Nel vasto mondo, non esistono oggetti, spazio vuoto, modi assoluti per localizzare eventi, non significa nulla dire che qualcosa resta nello stesso luogo. Non significa nulla parlare di un “adesso” in luoghi lontani, non esiste un tempo comune… La realtà […] è più complessa, più varia, di quella a cui siamo abituati».
Torniamo agli oggetti che supponiamo essere fermi e stabili davanti a noi. Dimentichiamo che la Terra si muove ruotando intorno al Sole, per cui nessun oggetto sta propriamente fermo e non si muove. Ma ancor di più, anche la galassia ruota a una certa velocità e così il sistema solare insieme con essa. In poche parole, risalendo all’indietro per la via indicata, non possiamo mai arrivare a un referente ultimo, fermo e stabile in se stesso, che ci consenta di dire che qualcosa si muove oppure no. In conclusione: «La domanda se un oggetto sia fermo o si muova di per sé non ha significato. […] Un riferimento assoluto, nella nostra attuale comprensione del mondo, non esiste». Certo, il fatto che la velocità sia una proprietà relativa lo aveva scoperto già Galileo e lo ha confermato anche lo sviluppo storico della meccanica quantistica. Ma – come osserva Rovelli –, nonostante i quattro secoli passati da questa scoperta, essa ancora oggi ci appare sorprendente e, di conseguenza, decisamente ostica da digerire. E ostica perché controintuitiva, nel senso che noi non riusciamo ad assimilarla mai del tutto, in quanto il nostro occhio rimane esclusivamente puntato su quel cerchio limitato della realtà, a noi familiare, che abbraccia la superficie solida del piccolo pianeta Terra.
Ma c’è un secondo motivo per cui Rovelli dice di essersi richiamato al principio della velocità in quanto proprietà relativa: noi pensiamo che, nell’attribuire determinate caratteristiche a una cosa, queste la riguardino presa isolatamente. Ma non è così e ce lo provano innanzi tutto i fenomeni quantistici. Nel senso che essi riguardano piuttosto il rapporto di interazione che ogni cosa intrattiene con altre cose. «La velocità di un oggetto è sempre una proprietà di due oggetti: è la velocità di uno rispetto all’altro». Ne discende che, nel mondo, tutto «è inestricabilmente connesso», tutto ha un profilo dinamico e processuale, tutto ci spinge verso «un pensiero che è fatto di relazioni, processi, prospettive», laddove noi invece, nel descrivere il mondo stesso, privilegiamo sempre punti di vista che crediamo essere ultimi, assoluti, quasi che lo osservassimo a partire da uno sguardo che lo investa “dal di fuori”.
In definitiva, Rovelli intende promuovere un’idea di scienza che svolge una funzione innanzi tutto “correttiva”, ossia che, anche se non ci fa mettere capo necessariamente a idee nuove, ci fa prendere coscienza però del fatto che proprio quelle «cose che credevamo di sapere con certezza sono invece sbagliate». In più, la scienza – e, in particolare, la fisica – non è l’unico sapere che ci consente di accedere alla realtà, ma ciò che serve è invece sempre un approccio pluralistico e multiprospettico a quest’ultima che faccia leva su un intreccio di molti saperi, anche di quelli non formalmente strutturati, come, ad esempio, la poesia, la letteratura o, addirittura, le relazioni interpersonali quotidiane. «Ciascuno di questi approcci descrive la realtà».
Ecco dunque in che senso tutte le cose sono uguali: nel senso che non esistono differenze sostanziali tra esseri umani ed esseri animali, tra cose viventi e cose non viventi, tra oggetti concreti e concetti astratti, tra corpo e anima, materia e spirito, enti naturali e cose artificiali. Si tratta di diversi aspetti di un’unica complessa realtà naturale: aspetti che, anche se noi li descriviamo con linguaggi diversi, non si trovano mai però veramente in contraddizione fra di loro. Per cui non ci resta che una cosa da fare: imparare ad abitare l’incertezza e a convivere con essa, prendere consapevolezza del fatto che è proprio quest’ultima ciò che dà l’impronta strutturale alla nostra condizione di uomini sul pianeta Terra. E soprattutto che, poiché ci sono infinite cose che non sappiamo, nessuna nostra idea costituisce un possesso stabile e permanente, ma deve essere sottoposta a un continuo processo di aggiustamento e di revisione, alla luce dei nuovi dati che, provenienti da fonti scientifiche o meno, noi andiamo via via acquisendo.
Foto Péniches sur le canal Saint-Martin | Alfred Sisley | Paris 1863 | CC0







