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Una nuova età della pietra

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
3 Aprile 2026
in L'editoriale
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Nel 1956 Inghilterra e Francia attaccarono il canale di Suez e in nove giorni lo conquistarono a costo di un’entrata in guerra dell’Unione sovietica, evitata solo dalla mediazione statunitense. Nel 1982, in meno di due mesi, la marina inglese espugnò le isole Falkland a più di diecimila chilometri dalle proprie coste. Nel 2026 la sola Inghilterra dovrebbe essere ancora in grado di liberare lo stretto di Hormuz, considerando che i pasdaran non hanno più copertura aerea e non dispongono di una qualche flotta navale. Da parte sua, l’Inghilterra non ha mai avuto particolari problemi a sacrificare i suoi uomini. Ancora nel 2006, Tony Blair lamentava ai leader europei impegnati in Afghanistan che morivano solo i soldati della corona britannica in combattimento e non per ritirarli. Il premier invitava Italia e Francia ad un maggiore ardimento.

Se oggi l’Inghilterra si nasconde dietro quaranta paesi per monitorare la situazione di Hormutz, a costo di rompere la sua alleanza speciale con gli Stati Uniti, questo non dipende certo da una preoccupazione militare. Infatti l’Inghilterra non sarebbe in grado di fronteggiare il malessere della popolazione islamica all’interno dei suoi confini, questa è sempre più numerosa e capace di venir sobillata da imam in ogni città. La stessa considerazione va fatta per la Francia, che comunque non dispone di qualcosa paragonabile alla marina inglese, dai tempi di Luigi sedici. Altrimenti sarebbe plausibile un’altra ragione e cioè che America, Inghilterra e Francia, non sono particolarmente interessate alla presa di Hormuz, anzi. Per quanto i costi del barile e del gas siano schizzati, causa la speculazione, l’unico paese a soffrire veramente della mancanza di materie prime è la Cina, il principale fruitore dei traffici iraniani dello Stretto. La guerra in Iran, se continua, mette e in difficoltà la Cina, e bisogna pur ipotizzare che allora la Nato stia recitando una pantomima. Il presidente Trump, che non riesce a costruire una sala da ballo alla Casa Bianca, di sicuro non può uscire dalla Nato. Farebbe prima ad uscire da se stesso.

Si può giudicare la politica di Trump come preferiamo, e ritenere che prima di riuscire a riportare l’Iran all’età della pietra, rischi di ridurci tutta la comunità internazionale. Trump ha riscoperto, incredibile, la politica del bastone. Ciò non toglie che nessuno ancora è in grado di comprenderne pienamente gli sviluppi. Non è che non ci sono piani militari, semplicemente non li si vogliono diffondere pubblicamente. Zelensky e Trump litigarono furiosamente più di un anno fa. Eppure Zelensky ancora non ha ceduto un bel niente alla Russia a cui risponde colpo su colpo. Putin invece non può più accusare l’America della resistenza ucraina, al contrario. Il Cremlino manda continui segnali di apprezzamento all’America, in queste settimane un po’ meno, proprio mentre quella gli sfila alleati uno ad uno e punta a condizionare la stessa Cina con un protagonismo militare che Pechino manco si sogna.

Nel caso in cui l’Iran si dimostrasse, nonostante sia bombardato ogni giorno, invincibile ed il suo arsenale inesauribile, l’America, è vero, rischierebbe grosso. Non perché qualcuno allora potrebbe sfidarla, di sfide l’America ne ha ricevute appena scelse l’indipendenza, cento cinquanta anni prima che cadesse il colonialismo britannico e con lui quello europeo. Questo è un po’ il punto dimenticato della questione. I paesi coloniali, gli imperialisti, non lo erano gli Stati Uniti americani. Lo erano invece gli europei e dall’era dei romani. Superati i romani, gli europei hanno convissuto pacificamente gli ultimi cinquant’anni con l’Iran degli ayatollah. La Francia guardava a Khomeini come ad un santo, in Italia lo si salutava come un eroe. Mazzini. Khomeini era il nuovo Mazzini. Fosse per gli Stati europei con L’Iran si continuerebbe ancora a conviverci pacificamente. Ecco il rischio per l’America. Come sia possibile, che abbia atteso tanto per decidere di fare a pezzi l’Iran.

licebna pixabay

Tags: Falkland
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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