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Fine gloriosa della Repubblica Romana

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
1 Luglio 2026
in Cultura
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Stefano Tomassini scriveva nella sua Storia Avventurosa della Repubblica Romana che si sarebbe dovuta ricordare al momento della caduta, il tre luglio e non in quello della sua nascita, il nove febbraio del 1849. Questo perché nei pochi mesi in cui aveva vissuto si era vista tutta la sua grandezza gettata in faccia ad un’Europa piccola piccola, fatta di corti e regni spaventati. Il popolo sovrano era tornato.

I veri aggressori della Repubblica romana furono i Borboni che Garibaldi sconfisse abbastanza agevolmente. I piemontesi le diedero un monito attaccando Genova che pure era insorta. Non contasse la Repubblica sul riconoscimento dei Savoia, gli ufficiali regi si staccarono dall’esercito per andare a difenderla con tutti i reparti. Manara, Morosini in testa. I francesi invece non sapevano cosa esattamente dovessero fare. La missione fu inviata dal governo precedente, sconfitto da Luigi Bonaparte alle elezioni. Ora bisognava valutare diverse opzioni. La protezione del papa, a cui la Francia era impegnata dal Congresso di Vienna, così come la solidarietà alle nuove istituzioni. Mazzini aveva un inviato con il suo sodale francese , Luigi Bonaparte era stato nella Giovine Europa, e gli offriva una piattaforma militare contro l’Austria nell’ex regno pontificio. Si iniziò a scrivere la costituzione romana per fornire alla Francia le sufficienti garanzie verso la persona del pontefice, oltre che a mostrare l’affiliazione culturale fra le due repubbliche.

Cosa fece precipitare le relazioni diplomatiche ben avviate? L’incompetenza di Luigi Bonaparte e la smargiasseria di Garibaldi. Garibaldi senza ordini si mise ad attaccare i francesi come invasori e quello che è peggio li bastonò per bene. La disgrazia della Repubblica fu di trovare al comando della spedizione un militare frustrato come il figlio del maresciallo Oudinot, l’eroe delle campagne napoleoniche, fratello di un altro generale caduto in Africa. Solo l’0udinot sbarcato ad Ostia non aveva combinato mai niente. Al primo comando si vede pure sconfitto da una banda di briganti. Questo Oudinot troverà subito una sponda nel nuovo ministro degli esteri, Alexis de Tocqueville, che semplicemente vedeva nella Repubblica Romana, il rialzarsi dell’odiato giacobinismo che gli aveva sterminato la famiglia. Mentre Mazzini e Lugi Bonaparte negoziavano, questa triade di disperati, Garibaldi, Oudinot, Tocqueville, prese il sopravvento.

I francesi ruppero la tregua di nascosto, Garibaldi gli si precipitò addosso, Mazzini venne scavalcato. Fu in disastro. Mazzini contava tutto sull’appoggio francese. La Repubblica aveva solo nemici e gli austriaci, risolti i loro problemi in Lombardia, gli si sarebbero presto o tardi gettati addosso. Destituì subito Garibaldi dal comando in segno di buona fede. Il generale se la ebbe male, definì nei suoi diari Mazzini un dittatore. In compenso rimase un patriota, offrendosi di servire anche da soldato semplice. I rapporti fra Mazzini e Garibaldi si guastarono a Roma.

La caduta della Repubblica fu uno schianto, aveva avuto simpatie in tutto il mondo dove si giudicava tempo di liberarsi dal regno del papa. In Francia soprattutto rimasero esterrefatti. Bonaparte mandò Tocqueville alle Camere e quello venne sommerso di fischi. Il più grande genio letterario di un’epoca finì rapidamente la sua carriera politica. Oudinot rimase senza comando, un disonore per l’esercito che aveva piegato un’armata a tradimento. Le perdite di giovani rivoluzionari italiani furono troppe, si era scatenato l’ardimento. Masina con i suoi lanceri della morte, venti in tutto, si lanciò contro un’intero reggimento di fanteria trincerato. Il suo corpo non fu nemmeno ritrovato. Le divise francesi e quelle italiane avevano gli stessi colori fin dal 1805. Mazzini ebbe un tracollo emotivo. L’ambasciatore statunitense lo mise a forza su una nave. Sarebbe potuto essere oggetto di rappresaglia da parte degli austriaci che stavano tornando. I francesi non osarono fermarlo.

A onore del vero la Costituzione conclusa il 3 luglio, ricalca interamente quella della Repubblica francese del 1793 e in nulla assomiglia a quella della Repubblica italiana di cento anni dopo. Non c’è il concordato, non c’è una magistratura indipendente. Non esiste proprio. C’è un solo potere quello del popolo sovrano riunito in assemblea. L’aspetto però più caratteristico è la rotazione del governo. Tre consoli restano in carica tre anni e uno dei tre, per sorteggio, a metà mandato già si dimette. Tanto prevede una Repubblica democratica. Il governo del paese non deve subire incrostazioni personali e deve scongiurare l’eccesso di permanenza al potere dello Stato. Tre anni in carica, sono pure troppi. Principi che sarebbero stati impossibili da recuperare. Sarebbe servito lo stato d’animo di un Saint Just che al Comitato di salute pubblica, sognava di tornarsene a casa, il prima possibile. Anche salire sul patibolo sarebbe andato bene, piuttosto che usurpare il governo. L’importante in Repubblica era solo eseguire il proprio dovere.

Museo della Repubblica romana e della memoria garibaldina

Tags: MazziniTomassini
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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