La storia politica italiana è attraversata da un paradosso profondo. Da un lato, le istituzioni odierne, la Carta Costituzionale e l’orizzonte geopolitico in cui l’Italia è inserita sembrano la naturale e compiuta realizzazione delle visioni dell’Ottocento repubblicano. Dall’altro, l’uomo che più di tutti ha concepito, teorizzato e pagato sulla propria pelle l’architettura di questo futuro—Giuseppe Mazzini—giace spesso in un cono d’ombra della memoria collettiva, ridotto a una riga nei manuali scolastici o a una statua monumentale che osserva distaccata le città d’Italia.
Per comprendere le ragioni per cui la tradizione del Partito Repubblicano Italiano conserva una sua intrinseca giovinezza ideale, ma al contempo sconta storicamente l’impossibilità di farsi fenomeno di massa, è necessario riavvolgere il nastro della storia. Bisogna ripartire dall’inizio, analizzando l’evoluzione di un pensiero che ha fatto dell’intransigenza morale il suo timone e della solitudine il suo prezzo.
All’inizio dell’Ottocento, l’Europa è un reticolo di confini tracciati sulla pelle dei popoli dal Congresso di Vienna (1815). La geopolitica del tempo è dominata dalla logica dinastica: la terra e i cittadini appartengono ai sovrani per diritto divino. In questo contesto di frammentazione e assolutismo, la nascita della Giovine Italia (1831) a opera di un giovane avvocato genovese rappresenta una rottura epistemologica radicale.
Mazzini intuisce che le società segrete del tempo, come la Carboneria, sono destinate al fallimento strutturale a causa della loro stessa natura: la mancanza di un programma pubblico, la struttura verticistica e misteriosa, la fiducia nei sovrani stranieri e la composizione esclusivamente aristocratica o borghese.
A questo modello, Mazzini contrappone il binomio Pensiero e Azione:
La dottrina deve essere pubblica, trasparente e capillarmente diffusa. Il popolo deve sapere per cosa combatte. L’obiettivo non è una transizione costituzionale sotto un monarca, ma la fondazione di una Repubblica unitaria, democratica e sovrana.
L’insurrezione popolare, l’elemento pratico che scuote le coscienze e cementa l’identità nazionale attraverso il sacrificio.
Il fallimento pratico di molti moti mazziniani (dai fratelli Bandiera nel 1844 fino alla tragica spedizione di Carlo Pisacane a Sapri nel 1857) attirerà su Mazzini l’accusa di essere un utopista sanguinario, un idealista distaccato dalla realtà. Ma l’obiettivo profondo di quelle azioni non era meramente militare: era pedagogico. Si trattava di destare una nazione dal letargo attraverso il martirio, dimostrando che l’idea d’Italia valeva il sacrificio della vita stessa.
Il momento in cui il pensiero si fa istituzione, la teoria si fa Stato, si realizza nel 1849. Sotto la spinta dei moti del ’48, Papa Pio IX fugge da Roma, e i cittadini eleggono a suffragio universale maschile un’Assemblea Costituente. Nasce la Repubblica Romana, guidata dal Triumvirato composto da Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini.
In soli cinque mesi, sotto costante assedio militare da parte delle truppe francesi inviate da Luigi Napoleone, questo laboratorio politico scrive la pagina più avanzata della democrazia ottocentesca. La Costituzione della Repubblica Romana, promulgata il 3 luglio 1849 mentre i cannoni francesi già violavano le mura di Roma, non è semplicemente un testo giuridico; è il DNA etico dell’Italia moderna.
Analizzando il testo del 1849, si scopre che i padri costituenti del 1946 non hanno fatto altro che riprendere quel filo interrotto:
Il Principio I recita: “La sovranità è per diritto eterno nel popolo”. Nel 1947, questo concetto diventerà l’Articolo 1 della Costituzione Italiana: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo…”.
In un’epoca in cui lo Stato Pontificio identificava il peccato con il reato, il Principio VII sancisce che “Dalla credenza religiosa non dipende l’esercizio dei diritti civili e politici”. È l’anticipazione speculare dei nostri Articoli 3, 8 e 19 sulla piena uguaglianza laica dei cittadini.
Il Principio V proclama: “La pena di morte e la confisca dei beni sono abolite”. Si tratta di un primato civile mondiale, che la Repubblica Italiana contemporanea applicherà appieno solo nel secondo dopoguerra (Articolo 27).
La Repubblica Romana cade, ma dimostra al mondo che la Repubblica in Italia non è un’ipotesi astratta, bensì una forma di governo possibile, giusta è straordinariamente moderna.
Con la proclamazione del Regno d’Italia nel 1861 sotto la corona dei Savoia, il Risorgimento giunge a compimento nella forma, ma non nello spirito mazziniano. L’Italia è unita, ma è una monarchia censitaria, nata da annessioni piemontesi e compromessi diplomatici con le grandi potenze europee.
Per Mazzini, questa è la “caricatura” dell’Italia che aveva sognato. Egli rifiuta sdegnosamente di giurare fedeltà allo Statuto Albertino, rinunciando ai seggi in Parlamento che i cittadini di varie città continuano a votargli. Rimane un ricercato, un fuorilegge nella terra che ha concettualizzato.
Qui si consuma il divario profondo tra le parabole di Mazzini e Garibaldi:
Giuseppe Garibaldi accetta il compromesso storico per il bene supremo dell’unità. A Teano consegna il Sud a Vittorio Emanuele II. Questo lo rende l’eroe perfetto per la neonata monarchia: un braccio armato leggendario, generoso, ma infine sottomesso alle istituzioni regie. Lo Stato sabaudo lo trasforma in un “santo laico” monumentale, digeribile da tutte le fazioni politiche. Muore nel 1882 a Caprera, onorato da funerali di Stato e dal pianto collettivo di una nazione.
Giuseppe Mazzini muore dieci anni prima, nel 1872, a Pisa. Vive nascosto, sotto il falso nome inglese di Dr. George Brown, ospite della famiglia Nathan-Rosselli. La sua morte in clandestinità è l’ultimo atto di una coerenza feroce. Lo Stato monarchico non può celebrarlo senza mettere in discussione la propria legittimità; preferisce quindi imbalsamarlo nella memoria come un “precursore”, privando però il suo pensiero della sua carica rivoluzionaria e repubblicana.
Arrivando alla storia contemporanea, la persistenza del Partito Repubblicano Italiano come custode di questa tradizione spiega la sua natura intrinsecamente minoritaria ma qualitativamente centrale nella storia della Prima e della Seconda Repubblica (si pensi al ruolo di cerniera morale svolto da figure come Ugo La Malfa o Giovanni Spadolini).
Il messaggio mazziniano non è, e non potrà mai essere, un messaggio di massa per tre ragioni strutturali che collidono con la logica del consenso elettorale immediato:
La grande opera sociopolitica di Mazzini si intitola I Doveri dell’Uomo (1860). In un mercato politico moderno che prospera sulla promessa di diritti illimitati e sulla deresponsabilizzazione del cittadino, mettere al centro il concetto di dovere (verso la famiglia, verso la patria, verso l’umanità) è una scelta impopolare. Mazzini scriveva che i diritti non sono che la conseguenza dei doveri adempiuti; la libertà senza responsabilità sociale è solo arbitrio o egoismo.
Mentre per le grandi forze di massa del Novecento (quella cattolica e quella marxista) l’approccio all’Europa è stato il frutto di un lungo e faticoso cammino di revisione ideale nel dopoguerra, per la tradizione repubblicana l’europeismo è un dato d’origine.
Fondata nel 1834 a Berna da esuli italiani, tedeschi e polacchi, la Giovine Europa postulava che la democrazia nazionale potesse sopravvivere solo all’interno di una federazione continentale. Oggi, difendere l’integrazione europea significa scontrarsi con i populismi e i sovranismi di corto respiro, richiedendo una visione d’insieme che mal si concilia con la propaganda emotiva.
Nel secondo dopoguerra, la collocazione internazionale del PRI, guidata dall’atlantismo rigoroso di Randolfo Pacciardi e Ugo La Malfa, non è stata una postura di convenienza geopolitica o di subordinazione economica agli Stati Uniti. È stata la coerente prosecuzione del pensiero mazziniano: la necessità di unire le democrazie liberali occidentali contro l’avanzata dei totalitarismi (ieri il blocco sovietico, oggi i regimi autoritari globali).
L’atlantismo repubblicano è la comprensione che la libertà civile all’interno dei confini si difende solo attraverso alleanze di sicurezza stabili e trasparenti all’esterno, rifiutando i neutralismi di facciata che spesso nascondonol’indifferenza morale.
L’affermazione secondo cui il pensiero mazziniano è “sempre attuale e giovane” trova la sua verifica non nelle percentuali dei sondaggi elettorali, ma nella tenuta strutturale delle nostre istituzioni democratiche.
Mazzini ha perso quasi tutte le sue battaglie terrene: ha visto l’Italia nascere sotto una corona, ha visto i suoi compagni cadere o scendere a compromessi, è morto con un nome non suo in una patria che lo considerava un pericolo pubblico. Ma ha vinto la battaglia della storia.
Quando oggi l’Italia difende la laicità dello Stato, quando promuove l’avanzamento dei diritti civili senza cedere a dogmatismi, quando riafferma il proprio ruolo cardine nell’Unione Europea e nell’Alleanza Atlantica, e soprattutto quando si stringe intorno al rigore etico della sua Costituzione, sta parlando la lingua di Giuseppe Mazzini. La tradizione repubblicana rimane così il “lievito” indispensabile della democrazia italiana: una forza numericamente contenuta, ma culturalmente enorme, il cui compito non è compiacere le masse, ma ricordare alla Repubblica le sue origini e i suoi doveri.
pubblico dominio







