Il recente caso degli insulti social alla deputata del PD Ouidad Bakkali, seguiti dalle irresponsabili frasi razziste e sprezzanti scritte da una consigliera comunale di Fratelli d’Italia a Ravenna, fotografa una deriva che ha ormai superato il livello di guardia. Nell’esprimere ancora una volta la piena solidarietà all’onorevole Bakkali e alla sua famiglia, è doveroso constatare come questi fatti non siano purtroppo isolati poiché la violenza verbale è un fango mediatico che molti amministratori, sindaci e politici subiscono quotidianamente sulla propria pelle. Di fronte a questo assalto, chi riveste una carica pubblica ha il dovere di conservare la dignità del proprio ruolo e deve rifiutare di scendere sul terreno di chi semina astio, ancorché la tentazione della replica immediata sia forte, evitando il pericolo di una politica ridotta a mero specchio dell’odio della rete. Scegliere di non rispondere nell’arena dei social non significa affatto tollerare l’insulto ma significa al contrario rivendicare il dovere di spostare il confronto nelle sedi opportune. Questa determinazione, come sostiene anche la sindaca di Genova Silvia Salis nei suoi interventi a tutela della dignità personale, deve tradursi in formali denunce all’autorità giudiziaria nei confronti di chi ha superato il limite della legittima critica politica, affinché ciascuno risponda della diffamazione e delle ingiurie affidate alla tastiera perché diffamazioni, insulti e ingiurie hanno sempre un nome anche se nascosto da un avatar e conseguentemente devono avere sempre una responsabilità civile e penale.
Riconoscere la gravità di questa situazione significa ammettere come oggi il compito della politica sia stato drammaticamente capovolto, determinando un mutamento profondo per cui laddove un tempo si sceglievano i politici capaci di dimostrare una visione più ampia della nostra, oggi si tende drammaticamente a premiare chi si limita a ricalcare l’opinione del momento. Viviamo infatti in un’epoca in cui ci si trasforma in semplici terminali delle reazioni emotive del web poiché certa politica ha compreso che la via più breve per raccogliere voti risiede nella facilità di additare un nemico anziché nella necessità di studiare a fondo un problema, scoprendo che è vieppiù comodo ottenere il consenso vendendo la paura piuttosto che sforzarsi di spiegare la complessità del reale. La politica ha invece il dovere etico di anticipare le criticità attraverso lo studio e la lungimiranza, sforzandosi di interpretare i bisogni reali anziché cavalcare le frustrazioni a fini di un immediato profitto elettorale. Quando si colpisce un rappresentante pubblico, l’offesa non si esaurisce mai nella sfera privata poiché insultando la persona si svilisce l’istituzione stessa che essa rappresenta, legittimando il disprezzo verso lo Stato.
Proprio per questo, prima ancora di invocare interventi normativi, serve un sussulto di dignità da parte di tutte le forze politiche attraverso la sottoscrizione di un vero e proprio “patto di responsabilità”. I partiti hanno il dovere di assumere un impegno solenne per smettere di aizzare gli animi e per isolare politicamente e culturalmente quanti scambiano la militanza con la violenza verbale. Questo codice etico condiviso non può limitarsi a generiche dichiarazioni di facciata ma deve tradursi nell’assunzione di una responsabilità diretta, obbligando le segreterie a prendere pubblicamente le distanze dai propri sostenitori che spargono odio in rete e, soprattutto, a sanzionare e allontanare i propri rappresentanti e amministratori che non si attengono a questi minimi principi di civiltà e rispetto istituzionale. Solo togliendo la copertura politica alla volgarità si può ridare autorevolezza alla democrazia.
Purtroppo, invece, la realtà con cui ci scontriamo ogni giorno è lo spettacolo avvilente di una totale e crassa ignoranza eletta a sistema, dove l’ardore del commento e la foga delle dita, momentaneamente e faticosamente sottratte alle narici, si traducono in sentenze definitive sputate sullo schermo. Il problema non risiede solo nel proliferare di nickname o profili fake perché la vera patologia è antropologica e culturale, dato che dietro la barriera virtuale di un computer, di un tablet o di uno smartphone, i freni inibitori si dissolvono completamente. Crollano i più elementari argini della civiltà e del rispetto umano e la mediazione dello schermo anestetizza la percezione del danno arrecato, trasformando la tastiera in una zona franca dell’impunità psicologica prima ancora che giuridica. Ormai i social hanno smesso di essere piazze virtuali di discussione e scambio di informazioni e sono diventati terminali usati cinicamente per promuovere una persona ovvero mettere alla gogna un’altra, cavalcando la regressione culturale di una società priva di anticorpi educativi. Questa dinamica trasforma la rete in un immenso Bar dello Sport dove la somma di quanti nei bar veri venivano isolati fa massa critica e, a suon di mi piace reciproci, finisce con l’elevare la volgarità culturale a quella “normalità statistica” che piace tanto a Vannacci.
Davanti a questo dilagante analfabetismo civile di ritorno, le condanne morali non bastano più ed è giunto il momento che la politica ritrovi il coraggio della severità normativa. In questo senso, per la nostra storia e la nostra identità, quella per l’etica dei social e per la dignità del confronto deve diventare una battaglia identitaria del Partito Repubblicano Italiano ed è proprio Giuseppe Mazzini a ricordarci, nei suoi scritti sui doveri dell’uomo, che l’educazione è quella che si rivolge alle facoltà morali e coltiva le tendenze sociali insieme ai doveri di solidarietà e di fratellanza. Egli distingueva nettamente la semplice istruzione, intesa come trasmissione di nozioni, dall’educazione che è la sola capace di insegnare la scelta del bene e il rispetto profondo verso la comunità. Oggi, riprendere e attualizzare quell’insegnamento civico mazziniano diviene un imperativo categorico non per censurare le opinioni ma proprio per garantirle insieme alla convivenza democratica, salvaguardando entrambe dall’anarchia dell’insulto.
Perché non dovremmo allora tradurre questo imperativo in una legge di stampo autenticamente repubblicano che subordini finalmente il diritto alla libertà dei social al dovere dell’assunzione di responsabilità? Una norma stringente che preveda l’iscrizione alle piattaforme social esclusivamente attraverso metodi certi di identificazione immediata e digitale, a partire dallo SPID, legando l’account all’uso obbligatorio della propria foto reale e delle vere generalità. Una simile misura azzererebbe l’impunità derivante dalle attuali difficoltà di identificazione e impedirebbe ai minori di aggirare le normas d’accesso a piattaforme non adatte alla loro età dato che se la tecnologia abbatte i freni inibitori, la certezza della raggiungibilità e della conseguente responsabilità legale deve fungere da potente deterrente per chiunque scambi lo spazio pubblico per una latrina. Un simile intervento legislativo non rappresenterebbe affatto una limitazione della libertà bensì l’assolvimento di un preciso dovere civico e si inserirebbe a pieno titolo nel novero di quella educazione civica che deve elevarsi a vera e propria pedagogia civile, la quale costituisce l’unica strada percorribile per disinfettare il dibattito e riportare la società nel giusto e rigoroso alveo del confronto democratico.
Museo del Risorgimento Mazziniano Genova







