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Quel filo rosso che unisce Risorgimento e Repubblica

Eugenio Fusignani di Eugenio Fusignani
29 Giugno 2026
in Attualità / Politica
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L’invito ad intervenire al recente convegno promosso dall’ANPI locale per celebrare l’80º della Repubblica, dal titolo “LIBERAZIONE E COSTITUZIONE: il cammino verso l’Italia Unita”, in un serrato e fecondo confronto con Guido Ceroni, presidente dell’Istituto Storico della Resistenza di Ravenna, mi ha offerto lo spunto per tornare a riflettere su un tema che considero centrale per il nostro presente. La visione che ho inteso portare in quel dibattito nasce da una precisa convinzione: sarebbe un grave errore sul piano storiografico, e un limite miope su quello politico, legare il percorso della Repubblica al solo arco temporale che separa la lotta di liberazione alla nascita della nostra Carta Costituzionale.

Restringere l’orizzonte democratico ai soli anni Quaranta del Novecento significa depotenziare la portata della nostra stessa identità. Il titolo dell’incontro racchiude infatti una parola decisiva: cammino. La libertà non nasce in un giorno, la democrazia non è un dono e la Costituzione non rappresenta un punto di arrivo, bensì il punto di partenza di un percorso molto più lungo. Se vogliamo comprendere a fondo la Carta del 1948, dobbiamo compiere un passo indietro e tornare al Risorgimento. Anzi, senza togliere nulla a quella epopea, occorre ricordare che questo cammino è iniziato persino prima, trovando i suoi primissimi simboli e i suoi martiri nel Tricolore della Repubblica Cispadana del 1797 e nella straordinaria e tragica esperienza della Repubblica Partenopea del 1799.

Per troppo tempo queste grandi stagioni storiche sono state raccontate come vicende separate, quasi estranee l’una all’altra: da un lato il processo di unificazione nazionale, dall’altro la lotta al fascismo. Al contrario, ho voluto ribadire come si tratti di due capitoli dello stesso identico libro. Si tratta di quel “filo rosso” teso tra le prime istanze repubblicane, il Risorgimento, la Resistenza e la Costituzione che Carlo Azeglio Ciampi, con straordinaria profondità intellettuale, pose al centro della nostra memoria collettiva.

Questo filo ideale comincia ad essere filato quando l’Italia è ancora solo un’intenzione geometrica sulla mappa. Comincia con Giuseppe Mazzini, il quale non progettava semplicemente uno Stato, ma una comunità morale di cittadini. Nel pensiero mazziniano la patria non è mai il culto della terra o del sangue, ma un’architettura di libertà, educazione e partecipazione. Per Mazzini i diritti non possono esistere senza responsabilità, e la politica si configura non come conquista del potere, ma come servizio al bene comune.

È un’idea straordinariamente moderna che trovò una prima, folgorante espressione nella Repubblica Romana del 1849. Quell’esperimento fu stroncato dalle armi, eppure la sua Costituzione, la quale già sanciva la sovranità popolare, l’uguaglianza dei cittadini, la libertà religiosa e l’abolizione della pena di morte, anticipò di un secolo i principi fondamentali della nostra Carta repubblicana. Le idee possono essere temporaneamente sconfitte dagli eserciti, ma non vengono mai cancellate dalla storia.

Allargare lo sguardo permette di capire perché quel medesimo filo rosso abbia ripreso vigore nel Novecento, nel momento più buio dell’occupazione nazista e della dittatura. La Resistenza non è stata esclusivamente una guerra di liberazione militare, ma una profonda rinascita morale che ha raccolto un’eredità antica. È stato il momento in cui donne e uomini di estrazioni culturali opposte compresero che la libertà valeva più delle loro divisioni politiche. Nelle brigate partigiane militarono insieme cattolici, liberali, socialisti, comunisti, azionisti e monarchici.

Da quella straordinaria pluralità è scaturito il miracolo dell’Assemblea Costituente. La Costituzione non rappresenta la vittoria di una cultura politica sulle altre, ma il punto più alto del loro incontro. È il compromesso più nobile della nostra storia, un compromesso verso l’alto capace di fondere il pensiero liberale, la tradizione democratica risorgimentale, il cattolicesimo sociale, l’azionismo e le istanze del movimento operaio.

Ma la riflessione sul cammino verso l’Italia unita non può e non deve esaurirsi nella dimensione celebrativa. Dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che questo cammino non è affatto concluso. Se l’Italia è uno Stato formalmente unito dal punto di vista geopolitico e istituzionale, non lo è ancora nei fatti, nella sostanza sociale, economica e culturale. Le fratture tra Nord e Sud, le disuguaglianze nell’accesso ai diritti fondamentali, dal lavoro alla salute, e lo sfilacciamento del legame sociale ci mostrano un Paese ancora drammaticamente diviso.

In questo contesto, l’avvento di forze ipernazionaliste produce un effetto paradossale: lungi dal rafforzare l’identità comune, ne rallenta e ne ostacola il processo di unità reale. Questo accade perché l’ipernazionalismo vive di contrapposizioni, riduce la complessità a slogan e, anziché sanare i divari strutturali del Paese, centralizza il potere o asseconda egoismi territoriali nascosti dietro la retorica della nazione. Si confonde la “patria” con l’esclusione, dividendo il mondo tra “noi” e “gli altri” per trasformare la paura in consenso. Questa non è la patria di Mazzini, e non è la patria della Costituzione.

L’attualità della Liberazione si misura proprio nella difesa di questi confini ideali contro la semplificazione estrema e la costruzione sistematica del nemico. Ed è per questo che istituzioni come gli Istituti storici svolgono una funzione essenziale: aiutano a distinguere la storia dalla propaganda e la memoria dall’uso politico della memoria.

Ecco perché, sul piano squisitamente politico, la recente riunificazione tra il PRI e il Movimento Repubblicani Europei rappresenta un tassello importante e non banale di questo percorso. Un traguardo storico frutto della lungimirante determinazione del segretario nazionale Corrado De Rinaldo Saponaro, che ha saputo guidare con fermezza il Partito verso questo snodo decisivo, reso possibile grazie alla condivisa volontà della senatrice Luciana Sbarbati, insieme agli amici del MRE. La ferma intenzione di chiudere le pagine del passato per farne tesoro, guardando in avanti, costituisce un esempio alto di responsabilità politica.

Non si tratta di una semplice operazione di vertice, ma della ricomposizione di una grande tradizione ideale. Questo è l’unico laboratorio di idee Repubblicane presente oggi nel Partito e nel Paese. Il ritrovato Partito Repubblicano Italiano, forte oggi anche dell’intelligenza e della passione di Luciana Sbarbati e del MRE, ha l’ambizione e il dovere di essere sempre più il motore di pensiero e di azione per una vasta area laica, repubblicana, democratico liberale e riformista. Un’area politica che deve distinguersi per una visione strategica lucida e coraggiosa, profondamente europeista e fondata su un rinnovato e saldo atlantismo. Una visione che includa, senza ambiguità, il fermo sostegno allo Stato di Israele, guardando ben oltre le attuali contingenze e i guasti profondi prodotti da figure politiche come Trump e Netanyahu, per difendere le ragioni della democrazia in scenari globali sempre più complessi.

Le idee, la severità metodologica e la visione strategica di un PRI così rafforzato sono oggi la migliore garanzia per una vera coesione nazionale. La forza ideale della storia mazziniana e repubblicana, che storicamente ha saputo coniugare il rigore economico con l’equità sociale e il patriottismo con l’europeismo, è l’unico vero antidoto sia alle spinte disgregatrici sia alle illusioni autarchiche. Un Partito Repubblicano rinvigorito è presidio di quel patriottismo costituzionale che concepisce lo Stato como lo strumento per elevare la dignità dei cittadini.

In questa cornice si inserisce anche la necessità di una corretta e profonda lettura del Novecento europeo, segnato dalle tragedie totalitarie del fascismo e del comunismo. Se l’orrore delle repressioni e della negazione delle libertà non può essere dimenticato, sul piano storiografico e civile occorre saper analizzare a fondo la diversa natura di queste ideologie. Il comunismo, se nella sua concreta applicazione reale ha rappresentato una delle dittature più feroci della storia, a livello globale ha incarnato la speranza di riscatto per milioni di diseredati, masse di oppressi che non hanno mai governato, ma che hanno storicamente subito le persecuzioni dei governi e dei potentati.

Radicalmente opposta è la genesi del fascismo, una dottrina reazionaria che ha originato la mostruosità del nazismo e che ha tragicamente fatto, fin dall’inizio, esattamente ciò che prometteva di fare. Vi è poi una differenza sostanziale che ne definisce la pericolosità attuale: mentre il comunismo, privato di un regime e di uno Stato di riferimento, non ha oggi la forza strutturale per produrre danni, il fascismo si dimostra pericoloso e insidioso anche in assenza di un regime istituzionalizzato. Esso sopravvive come attitudine mentale, come pulsione autoritaria e culturale che può infiltrarsi nel tessuto democratico prescindendo dalle vecchie forme dello Stato totalitario.

Nel nostro Paese, tuttavia, le donne e gli uomini che credettero in quella speranza di emancipazione sociale non governarono mai la Repubblica, ma contribuirono a scrivere la Costituzione insieme ai cattolici, ai liberali, ai socialisti e agli azionisti, dimostrando la capacità della democrazia italiana di trasformare conflitti profondi in una sintesi superiore.

La lezione più urgente che ereditiamo da questo lungo viaggio è che una comunità politica cresce quando è capace di discutere senza smettere di riconoscersi, ponendo la dignità della persona al di sopra di ogni appartenenza. La Repubblica non è una parentesi della storia, né l’esito di un singolo decennio, ma l’approdo di un cammino secolare. Spetta a noi, e alle forze della ragione e del libero pensiero, fare in modo che quel filo rosso continui a non spezzarsi.

Museo mazziniano del Risorgimento Genova

Tags: SaponaroSbarbati
Eugenio Fusignani

Eugenio Fusignani

Eugenio Fusignani è Cavaliere della Repubblica e membro del Tribunato di Romagna. Laureato in Economia aziendale e management, svolge l’attività di geometra come libero professionista. É Presidente della Fondazione Ravenna Risorgimento. Iscritto al Partito Repubblicano Italiano dal 1976, attualmente è Segretario regionale del Pri dell’Emilia-Romagna. Dal 2016 è Vice Sindaco del Comune di Ravenna.

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