Il recente faccia a faccia a Cap d’Antibes tra Emmanuel Macron e Giorgia Meloni segna una svolta significativa nei rapporti tra Roma e Parigi, rompendo un lungo periodo di freddezza istituzionale. Non si tratta di una improvvisa sintonia ideologica, bensì di un ravvedimento operoso dettato dal realismo politico e dall’incombere di scadenze cruciali per entrambi i leader. Per la presidente del Consiglio l’accelerazione verso il presidente francese è giunta anche sotto la spinta degli schiaffi politici, ripetuti e inequivocabili, ricevuti da quello che un tempo veniva considerato un punto di riferimento oltreoceano, ovvero Donald Trump, le cui posizioni sono state peraltro corroborate dalle nette dichiarazioni di Mark Rutte.
Eppure, sebbene ampiamente forzato dagli eventi, questo riavvicinamento tra l’Italia e la Francia apre prospettive di grande interesse su dossier strategici per l’intero continente, a partire dal nucleare, dalla difesa comune e dalla competitività industriale in un mercato globale sempre più aggressivo. Il rilancio di una chiara prospettiva europea da parte di Palazzo Chigi si rivela così uno strumento pragmatico più che una scelta dottrinaria, una virata utilitaristica che tuttavia porta benefici oggettivi all’interesse generale del Paese.
La centralità del quadro europeo serve alla presidenza del Consiglio anche per blindare la politica interna, laddove si inserisce il dibattito sulle prossime scadenze istituzionali. È in questo contesto che prende corpo l’ipotesi di una possibile consultazione elettorale anticipata in autunno, una prospettiva che spiegherebbe la fretta insolita con cui la maggioranza sta gestendo l’iter della riforma istituzionale, lo “Stabilicum”. Se l’intenzione fosse quella di stringere i tempi per chiudere la partita entro l’estate, l’obiettivo strategico risulterebbe evidente: la presidente del Consiglio potrebbe puntare a convocare le urne già nel mese di ottobre.
Una simile mossa, se venisse confermata, consentirebbe a Giorgia Meloni di raggiungere un duplice scopo tattico. Da un lato permetterebbe di andare al voto evitando di sottoporre il testo al giudizio potenzialmente demolitorio della Consulta, dall’altro stringerebbe i tempi d’azione della galassia alla sua destra, limitando sul nascere l’organizzazione strutturale del neonato movimento Futuro Nazionale.
Proprio su questo versante si gioca la partita identitaria più complessa. Alla presidente del Consiglio non conviene in alcun modo cedere alle lusinghe di un’alleanza con il generale Vannacci. Il recente abbraccio tra quest’ultimo e Gianni Alemanno, subito dopo l’uscita dal carcere del generale, conferma la natura di un progetto, quello di Futuro Nazionale, profondamente ancorato ai miti della destra sociale e del vecchio Movimento Sociale Italiano. Si tratta di un’area caratterizzata da una forte carica di estremismo nostalgico, da un’impostazione economica statalista e assistenziale e da una strutturale ostilità verso i valori dell’occidentalismo democratico. Riaprire le porte a tali pulsioni significherebbe per la leader di Fratelli d’Italia rinnegare il faticoso percorso di accreditamento internazionale e ripiombare in una palude di ambiguità distruttiva.
Se la destra decidesse di inseguire la protesta radicale rinunciando alla costruzione di un grande partito conservatore sul modello delle forze moderate europee, come la Csu bavarese, il rischio di un logoramento sarebbe inevitabile. In caso di stallo, l’alternativa per la guida del Paese non tarderebbe a manifestarsi. Come evidenziato da Stefano Folli, uno scenario di pareggio o di crisi istituzionale riproporrebbe immediatamente l’ipotesi di un esecutivo tecnico o “del presidente”, inteso come diretta emanazione del Quirinale. Sergio Mattarella gode di un immenso prestigio globale, consolidato dalla sua difesa intransigente della legalità internazionale e dell’Ucraina, e rappresenta per le cancellerie occidentali una garanzia di stabilità che l’attuale politica non può permettersi di ignorare.
Da una prospettiva autenticamente repubblicana, l’asse di Cap d’Antibes indica che la tenuta dell’Italia si misura sulla capacità di abitare le istituzioni europee con serietà e senza riserve mentali. Il primato dell’interesse nazionale, la fedeltà alle alleanze occidentali e il rigore dell’azione di governo sono i soli argini contro le derive populiste. La transizione verso una democrazia matura esige il coraggio di tagliare i ponti con le nostalgie corporative e i calcoli di bottega. Se la presidenza del Consiglio sceglierà la via del pragmatismo europeo anziché le scorciatoie della destra radicale, farà il bene della Repubblica, se viceversa prevarrà la paura del giorno per giorno, temo che l’approdo verso una stabilità moderna sarà ancora una volta rimandato.
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