La politica estera dei nostri tempi si muove sempre più su un doppio binario, divisa tra il tono felpato delle cancellerie e quello rumoroso dei social media. Tuttavia, la foto e lo slogan raggelante in cui Donald Trump invoca un “ordine restrittivo” contro la Presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni segnano un punto di non ritorno. Non siamo più di fronte alla classica provocazione elettorale, ma a un vero e proprio cortocircuito diplomatico che mette a nudo la deriva della comunicazione politica globale.
Chi scrive si colloca in una posizione diametralmente opposta a quella di Giorgia Meloni e, com’è noto, ho criticato e continuo a criticare l’azione, la visione e i provvedimenti del suo governo con la massima fermezza e senza sconti. Ma la dialettica democratica interna ha un confine invalicabile che si chiama rispetto delle istituzioni perché la dignità dell’Italia è un patrimonio comune e non una bandiera di parte. Da repubblicani intransigenti crediamo che la cosa pubblica non appartenga a una fazione, ma sia l’altare sacro della sovranità popolare. Subordinare l’onore della Patria al calcolo elettorale o alla simpatia partitica sarebbe un tradimento di quei doveri civici che fondano la nostra convivenza civile.
Quando un leader straniero non si limita a un dissenso politico, ma insulta, deride e umilia la Presidente del Consiglio, allora sta insultando, deridendo e umiliando tutta l’Italia perché chiunque sieda a Palazzo Chigi rappresenta l’intera Repubblica e l’offesa alla carica colpisce indistintamente ognuno di noi. Questo affondo, che segue purtroppo altri attacchi sconsiderati, è ancor più grave poiché avvenuto proprio all’indomani delle celebrazioni per il 250° anniversario dell’Indipendenza americana e, soprattutto, alla vigilia di un appuntamento cruciale per la sicurezza globale come il vertice NATO di Ankara, in programma il 7 e 8 luglio. Pur non ritenendo Trump uomo da sottigliezze strategiche, credo non si tratti solo di una sgrammaticatura stilistica, ma di un attacco diretto alla coesione dell’alleanza occidentale.
Purtroppo non è la prima volta che assistiamo a scene del genere, dato che Trump aveva già bullizzato Meloni in passato con lo stesso schema. Per questo, se è vero come scrivevo domenica su queste pagine che abbiamo il dovere culturale e politico di mettere un argine ai “leoni da tastiera” nel dibattito quotidiano, diventa drammatico e inaccettabile consentire che questi stessi profili si trovino anche ai vertici dei loro paesi, guidando le sorti delle più grandi potenze mondiali con i codici comportamentali di un “troll della rete”. Le ultime esternazioni di Trump sono a ben vedere un boomerang che genera più imbarazzo per gli Stati Uniti che per l’Italia. È desolante assistere alla metamorfosi della leadership della più grande democrazia occidentale, ridotta a un palcoscenico per uscite che sarebbero più adatte a uno sbruffone da bar dello sport piuttosto che a un uomo di Stato.
Per chi si riconosce nei valori storici del repubblicanesimo democratico, che da Jefferson a Mazzini ha sempre esaltato la virtù civile, il decoro istituzionale e la sacralità delle magistrature pubbliche, questa deriva cesarista e plebiscitaria rappresenta un insulto all’intelligenza dei popoli. Confondere la geopolitica con il bullismo digitale significa aver oltrepassato ogni limite tollerabile nelle relazioni tra nazioni libere e sovrane.
Di fronte a un presidente USA che ha ridotto la diplomazia a puro avanspettacolo, flirtando costantemente con le dinamiche del wrestling televisivo tra sceneggiate e colpi bassi, come si deve rispondere? Se per il Governo la risposta non può essere quella di scendere sullo stesso terreno degradato, per l’opposizione italiana questo non deve essere il momento del compiacimento o del tifo da stadio, che sarebbero un errore di miopia dettato dal guardare al piccolo cabotaggio interno e dal gioire per le difficoltà del rivale politico del momento.
Per tutti, invece, dovrebbe essere il momento dell’unione sacra a difesa della propria dignità, una tregua patriottica in cui le bandiere di partito si ammainano per fare scudo comune attorno alle istituzioni della Repubblica.
Un simile comportamento, maturo e responsabile da parte delle forze di opposizione, non le indebolirebbe affatto nella dialettica democratica ma, al contrario, ne rafforzerebbe la credibilità a tutto campo, ponendo le basi per un confronto politico vero, costruttivo e scevro da ombre in vista delle elezioni del prossimo anno.
Contro una leadership d’oltreoceano che ha smarrito la grammatica delle relazioni internazionali, l’Italia ha il dovere di rispondere con la forza austera della serietà e del senso dello Stato. La delegazione italiana ad Ankara sappia trasformare questo sgarbo in un surplus di autorevolezza. Saranno la solidità dei tavoli negoziali e il peso specifico dell’azione diplomatica a dimostrare che l’orgoglio di una grande ed antica democrazia repubblicana non si misura con lo scherno di un post rancoroso, ma con la forza incrollabile delle sue istituzioni.
Galleria della presidenza del consiglio dei ministri







