Piergiorgio Vasi ci ha inviato il seguente articolo
iL’estate del 2026 si chiude con un bilancio drammatico che interroga la coscienza civile del nostro Paese. I recenti fatti di cronaca disegnano una scia di sangue che non è semplicemente un’emergenza giudiziaria, ma il sintomo di una profonda crisi morale .
Di fronte a questi eventi, il dibattito pubblico si concentra quasi esclusivamente sulla dimensione giuridica e repressiva: si invocano pene più severe, si interrogano le procure, si annunciano ispezioni ministeriali . Si guarda alla legge come unica risposta. Eppure, se vogliamo comprendere le radici profonde di questa violenza e immaginare una soluzione duratura, dobbiamo compiere un passo indietro e interrogarci sulla formazione stessa dell’individuo. Dobbiamo porre la questione come un problema eminentemente educativo, e per farlo è necessario riscoprire la lezione di Giuseppe Mazzini, che con straordinaria lucidità ha distinto l’educazione dall’istruzione, un equivoco che ancora oggi paghiamo a caro prezzo.
Nel suo pensiero, Mazzini tracciava un solco netto tra due processi che spesso confondiamo: l’istruzione è l’insieme delle competenze tecniche e cognitive. Insegna a leggere, a scrivere, a fare di conto, a svolgere un mestiere. È lo strumento che permette di agire nel mondo, di essere produttivi e autonomi sul piano pratico; l’educazione, invece, si rivolge alla totalità della persona. È la formazione della coscienza etica e sociale: insegna i principi fondamentali, i doveri verso la collettività e, soprattutto, il fine stesso della vita . Per Mazzini, l’educazione è il fine primario: senza di essa, la libertà “degenera in egoismo individuale” e l’istruzione stessa diventa un’arma a doppio taglio, capace di “inchinar gli animi al calcolo, all’egoismo, alle transazioni fra il giusto e l’ingiusto” .
Questa distinzione è cruciale per comprendere il fenomeno della violenza di genere. Un uomo può essere perfettamente istruito—laureato, esperto nel suo lavoro—ma profondamente diseducato sul piano morale e relazionale. Non gli è stato insegnato il rispetto per l’altro, l’eguaglianza sostanziale tra i sessi, o il valore della vita come bene comune. I femminicidi non nascono da una mancanza di competenze, ma da una mancanza di umanità, da un’idea distorta di possesso e superiorità che l’istruzione da sola non può correggere.
Per Mazzini, l’educazione è il pilastro del riscatto morale dei popoli. La sua visione è intrinsecamente repubblicana e democratica, fondata su un principio rivoluzionario per l’correggeruguaglianza tra uomo e donna.
Nelle sue pagine, scritte nel 1860, Mazzini lanciò un appello che suona ancora come una condanna per il nostro presente. Egli scriveva: “Amate e rispettate le donne. Non cercate in esse solamente un conforto, ma una forza, una ispirazione. Cancellate dalla vostra mente ogni idea di superiorità: non ne avete alcuna. Un lungo pregiudizio ha creato, con una educazione disuguale e una perenne oppressione di leggi, quell’apparente inferiorità… Ma la storia delle oppressioni, non v’insegna che chi opprime s’appoggia sempre sopra un fatto creato da lui” .
Con queste parole, Mazzini smascherava il circolo vizioso dell’oppressione: si nega alle donne un’educazione paritaria, per poi addurre la loro presunta inferiorità come giustificazione per continuare a opprimerle. Egli vedeva nell’emancipazione femminile non una questione secondaria, ma un tassello fondamentale per l’unità dell’Umanità, affermando che “l’emancipazione della donna deve essere considerata come necessariamente legata all’emancipazione dell’uomo” .
Questa consapevolezza ispirò il primo femminismo italiano, da Anna Maria Mozzoni a Gualberta Alaide Beccari, che videro nel mazzinianesimo una scuola di pensiero capace di accogliere la donna “senza accettare al suo diritto limitazione alcuna” .
Oggi, l’Italia repubblicana celebra il principio dell’istruzione obbligatoria, ma sembra aver smarrito la portata rivoluzionaria dell’educazione mazziniana. L’istruzione è divenuta un fine, non più un mezzo al servizio della formazione etica . Lo dimostra la cronaca: nel 2026, a distanza di oltre un secolo e mezzo da quelle parole, assistiamo a un’escalation di violenza che è la negazione più brutale del principio di uguaglianza.
L’istruzione, da sola, se non è innervata da un progetto educativo chiaro, rischia di produrre individui tecnicamente abili ma moralmente analfabeti. Un uomo che sa leggere e scrivere, che magari ha una posizione di prestigio sociale, ma che considera la donna un oggetto di sua proprietà, è il prodotto di un’istruzione che ha fallito il suo compito primario: formare la coscienza . L’educazione, nella prospettiva repubblicana, è ciò che crea il legame sociale, la capacità di riconoscere l’altro come eguale e di agire per il bene comune, rifiutando quell’egoismo che sta alla radice di ogni forma di sopraffazione.
L’ondata di femminicidi che ha attraversato questa estate ci consegna una verità scomoda: le leggi e l’istruzione non sono sufficienti. È necessario un vero e proprio riscatto educativo che riparta dai principi della nostra tradizione repubblicana.
Ciò significa, come voleva Mazzini, investire in un’educazione pubblica, universale e laica che non si limiti a trasmettere nozioni, ma che formi persone, capaci di pensiero critico e di azione responsabile . Significa cancellare dalle nostre scuole e dalle nostre case ogni idea di superiorità di genere, insegnando che l’umanità si realizza pienamente solo nella relazione paritaria con l’altro.
Finché considereremo la violenza sulle donne come un problema da delegare esclusivamente alla magistratura e alle forze dell’ordine, continueremo a contare le vittime. La vera sconfitta è dello Stato nella sua interezza . Ma è anche la nostra sconfitta come comunità educante che ha smarrito la bussola dei valori. Solo tornando a mettere l’educazione al centro del progetto repubblicano potremo spezzare quella catena di violenza che è figlia di una “educazione disuguale e di una perenne oppressione di leggi” . La storia della libertà e dell’uguaglianza, che è anche storia della Repubblica, si gioca ogni giorno sui banchi di scuola, in famiglia e nelle nostre coscienze.
pubblico domininio







