Esiste una distanza incolmabile tra l’umana comprensione e la giustificazione sociale, politica e giuridica ed è in questo scarto che si misura la civiltà di un Paese e la tenuta delle sue istituzioni. La recente conclusione della vicenda giudiziaria del gioielliere condannato in via definitiva per la reazione armata durante una rapina ci impone una riflessione profonda, libera da sciacallaggi elettorali e da giustizialismi sommari, perché dietro la fredda applicazione di una sentenza di terzo grado si cela, prima di tutto, un dramma umano devastante. Ma cos’è, in fondo, un dramma umano? Il dramma umano è la lacerazione interiore di chi, sopravvissuto a una minaccia, scopre che la sua stessa reazione lo ha condannato a un’esistenza segnata dalla rovina personale e dalla perdita irrevocabile della propria serenità: una tragedia che non prevede vincitori, ma solo vittime di una fatalità violenta.
Sul piano strettamente emotivo, l’empatia verso Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour, è inevitabile. Chiunque può immedesimarsi nell’angoscia, nel terrore e nell’istinto di conservazione di un cittadino comune che vede minacciata la propria vita e i frutti del proprio lavoro. Quello che è capitato a lui, in un drammatico istante di lucida follia, potrebbe teoricamente capitare a ognuno di noi, perché di fronte alla paura estrema di aver visto la morte per sé e per i propri affetti, le reazioni non sono pianificabili a tavolino.
Tuttavia, se la psicologia e la pietà umana possono spiegare e persino comprendere la reazione individuale, la politica e la società non possono in alcun modo elevarla a regola sociale. Qui si inserisce un principio cardine della nostra civiltà giuridica: lo Stato non può ammettere la vendetta, ma deve unicamente amministrare la giustizia. Per questo, al di fuori dell’immediata legittima difesa, se inseguiamo e uccidiamo i criminali diventiamo noi stessi criminali. È una verità semplice che il diffuso senso di insicurezza non può scalfire, né trasformare nel paravento dietro cui legittimare la giustizia sommaria. Per questo, anche di fronte alla paura dei cittadini, la risposta non può mai essere “meno legge” lasciata all’arbitrio e alle armi dei singoli ma, al contrario, “più legge applicata” con rigore dalle istituzioni. Infatti, consentire che l’istinto personale si sostituisca alla norma significherebbe abdicare al patto sociale sul quale si fonda la convivenza civile perché, como sappiamo, lo Stato nasce precisamente per sottrarre la giustizia all’arbitrio dei singoli e la forza è legittima solo se regolata dal diritto, altrimenti decade in ritorsione privata. Se permettessimo all’impulso emotivo di sostituirsi ai codici, smetteremmo di essere una Repubblica di cittadini per tornare a essere una tribù governata dalla paura e dalla reciproca sopraffazione. Soprattutto, cesseremmo di essere uno Stato di diritto, dove la sovranità della legge rappresenta la più alta garanzia per ogni individuo.
Il piano giuridico, che deve essere rigoroso e sordo alle piazze urlanti, non poteva che fare il suo corso e, in punta di diritto, attraverso tre gradi di giudizio approfonditi, la magistratura ha semplicemente applicato le regole della convivenza civile e della proporzionalità della difesa. La conferma da parte della Cassazione della condanna a 14 anni e 9 mesi per Mario Roggero non è stata il frutto di un “accanimento” contro una vittima, ma la tutela del principio supremo per cui la vita umana, persino quella di chi delinque, non può essere sacrificata quando la minaccia è ormai cessata e i malviventi sono in fuga fuori dal locale. E questa condanna definitiva, per quanta empatia ci susciti il condannato, è la conferma che la legge, quando è seria, resiste alle pressioni e alle mode del momento.
Ed è qui che la tragedia si fa anche farsa politica, ricordando come, all’indomani del duplice omicidio dei due rapinatori e del ferimento del terzo, Matteo Salvini sbandierasse trionfalmente la riforma della legittima difesa del 2019, voluta da lui e dalla Lega, presentandola come la panacea di tutti i mali. In un memorabile video di propaganda di quel periodo, l’ineffabile segretario del Carroccio portava ad esempio proprio il caso del gioielliere di Grinzane Cavour, assicurando con piglio categorico che, grazie alle nuove norme, nessun cittadino che reagisse ad un’aggressione sarebbe stato più indagato e che la responsabilità penale sarebbe ricaduta, persino post mortem, solo sui rapinatori. Oggi, la decisione della Suprema Corte demolisce quel castello di carte propagandistico e, se non fossimo davanti a una tragedia che ha lasciato sul campo vite umane e famiglie distrutte, ci sarebbe da ironizzare amaramente su quei trionfalismi da social network. La realtà ha presentato il conto alla demagogia sancendo che le leggi manifesto non proteggono i cittadini ma, al contrario, li illudono spingendoli a comportamenti tragici sotto la falsa promessa di un’impunità che lo Stato di diritto non può e non deve concedere.
Il fondo del barile viene toccato quando, di fronte all’ineluttabilità della sentenza, la propaganda si trasforma in vero e proprio sciacallaggio politico. Cavalcare e alimentare la rabbia e la frustrazione dei cittadini in un circuito perverso è un atto di profonda irresponsabilità. E in questo senso, far balenare alle persone l’illusoria possibilità di poter riformare le sentenze, o peggio di applicare la giustizia attraverso la forza delle firme e delle petizioni popolari anziché attraverso la forza della legge, significa minare alla base la democrazia rappresentativa. È l’idea aberrante che l’emotività della piazza possa sovrascrivere i codici e i tre gradi di giudizio.
Questo atteggiamento culmina in un vero e proprio attentato alle istituzioni repubblicane, che si manifesta plasticamente nelle indebite forzature e nelle pressioni politiche esercitate nei confronti del Presidente della Repubblica. Il Quirinale, supremo garante della Costituzione e della separazione dei poteri, viene impropriamente tirato per la giacca dalla maggioranza, invocando la grazia come se fosse un atto di sanatoria politica. Occorre ribadirlo con forza: la grazia non è un referendum politico, è clemenza presidenziale, intesa non come arbitrio o potere assoluto di cancellare i processi, bensì come valvola di sfogo eccezionale che la Costituzione concede per mitigare il rigore inflessibile della legge su un singolo individuo, esclusivamente per ragioni umanitarie o di equità personale. Dunque non serve a smentire i magistrati, che applicano le leggi scritte dal Parlamento e non da loro, né a emendare una norma sgradita alla piazza.
La verità è che questa sistematica strumentalizzazione del Capo dello Stato appare del tutto funzionale al disegno strategico di ascriverlo ai responsabili dell’indignazione collettiva per svuotarne il ruolo, ridisegnandone i confini in funzione di quel premierato che rischia di scardinare i pesi e i contrappesi della nostra democrazia. Sminuire oggi l’autorità morale e giuridica del Quirinale serve a spianare la strada “all’uomo solo al comando” domani. Ecco perché strumentalizzare la figura del Capo dello Stato per fini di bottega, pretendendo che usi un istituto così delicato per sanare un dibattito ideologico, significa incrinare l’architettura istituzionale della Repubblica, un prezzo altissimo pagato sull’altare del consenso immediato.
Il premierato, d’altronde, non viaggia da solo ma trova il suo naturale completamento in un’ingegneria elettorale che sembra concepita appositamente per blindare il potere. Siamo di fronte a progetti di riforma che prevedono premi di maggioranza ipertrofici, capaci di far impallidire la storica “legge truffa” del 1953 e di far apparire il governo Tambroni come l’opera di un dilettante della centralizzazione. È il tentativo di legalizzare la torsione plebiscitaria dello Stato, privando il Parlamento di ogni reale funzione rappresentativa.
In questo scenario, il dibattito pubblico abdica definitivamente alla verità dei fatti, alimentato da una mai sufficientemente descritta “ignoranza social” che ne distorce i connotati. L’esempio plastico è andato in scena con il recente caso della bocciatura dell’emendamento sulle “finte preferenze”, respinto dall’aula ma abilmente ribaltato nella narrazione digitale. Infatti, grazie al cinismo degli algoritmi e alla distrazione di massa, la colpa di quella bocciatura è stata incredibilmente scaricata sulle opposizioni, quando la matematica parlamentare dice l’esatto contrario, con una maggioranza che conta su ben 74 deputati in più. Eppure, la realtà aritmetica soccombe di fronte alla post-verità da tastiera, dove chi ha i numeri per decidere riesce a passare per vittima del sistema.
Il vero pericolo che questa vicenda mette a nudo è l’atteggiamento di una politica che ha abdicato al proprio ruolo di guida e di pedagogia civile. Certo, sul piano normativo ed economico si può discutere di correggere il risarcimento in caso di legittima difesa, ma senza mai scambiare la stanchezza per giustizia. Dire invece ai cittadini che la difesa è sempre legittima, o che una raccolta firme vale più di una sentenza, significa delegittimare lo Stato, ammettendo implicitamente che le forze dell’ordine e la magistratura non siano in grado di garantire la sicurezza. Significa armare la paura, spingendo le persone a farsi giustizia da sé e trasformando le nostre città in potenziali far west normativi. E significa, infine, abbandonare il cittadino che, una volta spenti i riflettori delle telecamere, si ritrova tragicamente solo davanti a un tribunale a pagare i conti con la dura realtà del codice penale.
I repubblicani lo sanno da sempre che la sicurezza e la democrazia si garantiscono con il controllo del territorio, l’efficienza della giustizia e il rispetto sacrale della separazione dei poteri, e non rincorrendo gli umori della piazza. Di fronte a questo dramma, la politica seria ha il dovere di chiedere scusa per aver illuso un uomo, e il Paese intero, che la vendetta o la spinta emotiva potessero essere scambiate per diritto. Perché fortunatamente la giustizia non si fa con i post su Facebook o con le petizioni online, ma ancora (almeno fino ad ora) nelle aule di tribunale.
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