L’espressione “seme santo”, che compare nel titolo del libro di Massimo Recalcati dedicato all’artista tedesco contemporaneo Anselm Kiefer (Il seme santo. La poetica di Anselm Kiefer, Marsilio, Venezia 2026, pp. 160 con illustrazioni), fa riferimento a quel versetto del Libro di Isaia (6, 13) in cui il profeta, dopo aver ammonito il popolo d’Israele del fatto che, a causa dei peccati di cui si è macchiato, solo un piccolo gruppo dei suoi uomini si salverà dalla rovina e dall’esilio generali, paragonando questi uomini a ciò che resta di un albero tagliato, lo definisce come il germoglio da cui rinascerà la nuova vita.
Come si sa, Recalcati è uno psicanalista seguace di Lacan, la cui lezione ha ripreso e sviluppato nella riflessione sull’arte da lui portata avanti già in libri precedenti a quello presente. Il motivo che li attraversa è il seguente: poiché il soggetto umano non è un’identità piena, ma si costituisce solo a partire da quella ferita originaria segnata dalla nostra entrata nell’ordine simbolico del linguaggio, ecco che un tale “scarto” va visto non come un residuo che semplicemente sopravvive e rimane, ma appunto come un “resto”, ossia come un’eccedenza nel cui segno è possibile convertire la forza sregolata in forma, la ferita traumatica in poesia, il lutto per una perdita in gloria, il danno subìto in un nuovo principio generativo.
In questo libro, si parte dall’individuazione di quella che può essere considerata come la cifra complessiva della poetica di Kiefer, riassumibile nella seguente formula: “metafisica del resto”. Da Recalcati, essa ci viene spiegata in questo modo: «La metafisica del resto non è la metafisica del tutto. Il resto non allude a nessuna totalità infranta né tanto meno pretenderebbe di ricomporla in un avvenire utopico-escatologico. Il resto non è il luogo dove la vita si sta spegnendo, dove la sopravvivenza annuncia il suo definitivo tramonto. Il resto è piuttosto, come direbbe Derrida, una “restanza”, una forza, una trascendenza, una scintilla di luce che non si spegne, una cenere che continua ad ardere». Infatti, se il paesaggio dell’infanzia in cui si muove il piccolo Anselm è costituito dalle macerie della Seconda guerra mondiale, l’artista, nel rielaborare da adulto queste immagini depositate nella sua memoria, non si lascia mai prendere dal risentimento per lo spettacolo di distruzione e di morte a cui ha assistito, ma, inondandole di una nuova luce, trasforma ciò che è già stato in qualcosa che, in un certo senso, non smette mai di iniziare.
La “metafisica del resto”, per come la concepisce Kiefer, consiste così nell’assumere il concetto di “metafisica” stesso in una chiave secondo cui lo spirituale non si emancipa dalla materia verso una dimensione che trascende il visibile, ma in cui la seconda, facendosi il luogo di espressione del primo, è la prova tangibile del fatto che l’esistenza non è che un modo possibile di esplicarsi dell’essenza. In tal senso, Recalcati dà risalto ad un’opera dell’artista tedesco, in particolare, intitolata La scala di Giacobbe. Qui, si trova rappresentata una scala appunto, la quale, come nel sogno del patriarca biblico a cui si fa riferimento (cfr. Genesi 28, 11-19), unendo la terra e il cielo, è percorsa da angeli che salgono e che scendono. Ebbene, un tale dipinto “non va letto semplicemente come una fuga dal mondo, un innalzamento ascetico che vorrebbe abbandonare le nostre fragili spoglie umane per raggiungere le sfere celesti. Tutto il contrario: la scala è piuttosto ciò che lega indissolubilmente l’immanenza alla trascendenza, il finito all’infinito: non è l’uscita dall’immanenza tramite la trascendenza, ma l’essere tra l’una e l’altra”.
Recalcati trova una conferma alla sua interpretazione dell’immagine della scala in un’affermazione dello stesso Kiefer, il quale al riguardo ha dichiarato: «La metafisica che pone la trascendenza fuori dal mondo, la trascendenza in cima alla scala, come culmine di questo percorso di ascesi, non mi interessa. Non mi interessa pensare la trascendenza in opposizione all’immanenza». È così che l’operazione che, più di tutte, corrisponde al suo modo di intendere la creazione artistica è senz’altro l’alchimia, la quale infatti, a partire da un metallo umile e greve qual è il piombo, ne opera la trasformazione, attraverso il passaggio intermedio dato dall’argento, nella lucente levità dell’oro. Nella conversione del piombo in oro non avviene però un miracolo, nella misura in cui il secondo è, in qualche modo, già contenuto nel primo: «L’oro è già tutto nella materia caduca, nel detrito, nel resto, nel piombo» e la luce di esso è «già tutta nel piombo perché l’ombra non è il contrario della luce ma […] è il suo stesso sangue».
In questa prospettiva, rispetto alla famosa tesi di Adorno secondo cui, dopo Auschwitz, non sarebbe più possibile fare poesia, Kiefer pensa, esattamente al contrario, che è proprio «laddove sembra impossibile generare ancora poesia che si deve trovare la possibilità di generarla». È proprio lì, dove sembra di essere più lontani dalla luce, che si accende la scintilla rigenerativa di un “seme santo”.







