Se nel raduno nazionale degli Alpini a Biella si canta “Faccetta Nera”, c’è qualcosa che va oltre il semplice episodio. È un sintomo. Un sintomo grave di dimenticanza storica, di confusione culturale e di indifferenza istituzionale.
Chi conosce la storia delle Forze Armate italiane sa bene che esse hanno pagato un prezzo altissimo per la libertà e per la Repubblica. Non solo nella Resistenza, ma anche – e forse soprattutto – nel loro sforzo di rinascita democratica dopo la caduta del fascismo, nel segno della Costituzione e nella fedeltà alla Nazione. Confondere questo patrimonio con le nostalgie del Ventennio è un insulto alla loro memoria.
Non è nemmeno un caso isolato. Il clima che da tempo attraversa una certa parte del mondo politico e istituzionale – alimentato dalla tolleranza, se non dalla complicità, di chi dovrebbe invece vigilare – non è estraneo alla diffusione del “vannaccismo”, ovvero quella forma rozza e semplificata di pensiero reazionario, impacchettata come “buon senso patriottico”, che oggi viene tollerata e perfino promossa all’interno di svariati contesti militari. È una distorsione profonda, che cerca di legittimare ogni nostalgia come “libertà d’espressione”, e trasforma la confusione storica in orgoglio nazionale.
A preoccupare, però, è anche l’ignavia del governo, che in ogni episodio simile continua a non trovare una sola parola chiara e netta di condanna, preferendo la prudenza elettoralistica al dovere istituzionale. Persino il ministro della Difesa Crosetto , che pur ha rilasciato dichiarazioni sull’episodio, ha scelto un tono tenue e misurato, evitando qualsiasi richiamo esplicito al doveroso antifascismo repubblicano. Non una parola che stigmatizzasse con fermezza, e nel solco dei valori costituzionali, il canto di Faccetta Nera da parte di adunate di reparti che rappresentano la Repubblica. Come se l’antifascismo fosse un’opzione e non una precondizione per chi veste la divisa di uno Stato democratico.
E come non denunciare anche la fragilità dell’ordinamento giudiziario che, troppo spesso, si rifugia nella formula dell’“assenza di intento apologetico”? Ma come si può ancora, nel 2025, sostenere che alzare il braccio teso e gridare “presente” non sia un atto di apologia? Se un gesto, se una parola, ripetono in forma rituale la simbologia e la liturgia del fascismo, sono fascismo. Punto.
Peggio ancora: si è fatto passare l’equazione per cui chi difende la funzione della Difesa e la dignità delle Forze Armate debba necessariamente simpatizzare con la destra più retriva e reazionaria, quando non con il fascismo stesso.
È una bugia pericolosa. Perché l’anticomunismo non può essere mai un alibi per il revisionismo fascista. E perché chi, a sinistra, ha scelto per troppo tempo una retorica pacifista pretestuosa, ideologica e lontana dalla realtà, ha lasciato campo libero a chi ha riempito quel vuoto con simboli tossici, con canti che raccontano un colonialismo violento, e con una visione militarista e identitaria indegna della nostra Repubblica.
Serve chiarezza. Anche dentro le caserme, anche tra le penne nere: il culto della patria e del dovere non ha nulla a che fare con le camicie nere. Lo sapevano bene i repubblicani, lo sapeva Ugo La Malfa, lo sapeva Giovanni Conti, lo sapeva tutto quel mondo democratico e laico che non ha mai confuso la difesa della Nazione con l’esaltazione del fascismo.
Se gli Alpini, che sono un vanto del nostro sistema di Difesa e l’orgoglio della nostra Repubblica, vogliono onorare la loro storia (che è anche la nostra storia!) , non c’è bisogno di ripescare canzoni della propaganda coloniale. Basta che intonino i canti degli Alpini nelle trincee del Carso come nelle steppe del Don. Basta che ricordino chi erano gli Alpini di Cefalonia, gli Alpini della Resistenza, quelli che scelsero l’Italia, quella vera: libera, democratica, costituzionale e repubblicana.
Chi oggi si ostina a non vedere la differenza tra quelle due Italie, dimostra non solo ignoranza, ma una pericolosa e crescente complicità.
Il Partito Repubblicano Italiano, nato con il Risorgimento e temprato nella Resistenza, non arretra di un passo nella difesa di un patriottismo costituzionale, che non ha nulla a che vedere con le caricature macchiettistiche e tragicamente autoritarie del passato, ma che guarda al futuro con la forza della ragione, della cultura e della libertà. È questo il patriottismo laico, civile e repubblicano che oggi più che mai va affermato nelle caserme, nelle scuole, nei palazzi e nelle piazze.
E se c’è una canzone che vogliamo continuare a cantare, è quella della libertà senza aggettivi del nostro Inno Nazionale. Senza saluti romani ma a testa alta e con la mano destra sul cuore.
Museo del Risorgimento mazziniano Genova







