Eugenio Borgna, dopo aver pubblicato da poco un libro sull’amicizia, di cui ci siamo già occupati, ne pubblica, quasi contemporaneamente, un altro sulla tenerezza (Tenerezza, Einaudi, Torino 2022, pp. 112), a conferma del fatto che, nel suo lavoro scientifico più recente, sta operando una ricognizione critica di tutte quelle emozioni e quei sentimenti di cui, al giorno d’oggi, si ritiene, per lo più, di poter fare a meno, assoggettati – come noi tutti siamo – ai ritmi di una vita che ci impone sempre fretta e disinvolta indifferenza.
Va poi ricordato che l’attenzione riservata da Borgna alla tenerezza si inscrive nel quadro di un interesse più ampio che la riguarda, se è vero che anche Papa Francesco l’ha chiamata in causa nella sua più recente attività pastorale, parlando di una «rivoluzione» innescata proprio dalla tenerezza e definendola come un qualcosa di «più grande della logica del mondo», nonché come un «modo inaspettato di fare giustizia».
«Non c’è cura, cura dell’anima e del corpo, che non sia accompagnata dalla tenerezza», così leggiamo all’inizio del libro di Borgna. E aggiunge che ciò tanto più è vero se si pensa al rapporto che lo psichiatra instaura con i suoi pazienti. Nel senso che il primo, senza farsi prendere dal mito esasperato dell’oggettività, deve sviluppare una disposizione fondata sull’indugio, sull’ascolto e sull’attenzione, nonché far uso di parole che proprio la tenerezza gli può dettare, dal momento che è solo grazie a essa che egli può intercettare i moti più labili ed evanescenti dell’anima ferita di chi gli avanza una richiesta di aiuto. In psichiatria, la cura viene affidata, infatti, in gran parte, proprio alle parole, in quanto capaci di condurre alla guarigione, infondendo fiducia e speranza. E parole, «parole del silenzio», sono, per Borgna, soprattutto le lacrime, viste – al pari di uno sguardo, di un sorriso o di una carezza – come uno dei modi più tipici attraverso cui si manifesta la tenerezza. Al riguardo, citando Agostino, si ricorda come proprio il pianto, quando si accompagna al dolore, possa rendere più dolce e alleviare la nostra infelicità.
In questo libro, come in tutti i suoi altri, Borgna dialoga soprattutto con i poeti e con gli scrittori. Chiama così in causa Rilke e la figura che in lui ricorre frequentemente dell’angelo, il quale, in quanto «emblema di tenerezza», segna il punto in cui il visibile si converte nell’invisibile. Ma chiama in causa anche Thomas Mann ed Etty Hillesum. Del primo, il racconto Tonio Kröger è uno di quelli che meglio ci «aiuta a riscoprire la tenerezza come emozione che rinasce dal cuore, e ricrea relazioni umane aperte senza fine all’ascolto, e al dialogo». In riferimento alle lettere e ai diari della seconda, redatti durante la sua prigionia in un campo di concentramento, Borgna si chiede invece come ella abbia potuto scrivere cose di una consistenza così tenera e gentile, all’ombra del dolore che stava patendo e della morte imminente. Altri poeti chiamati in causa sono poi Leopardi, Pascoli, Corazzini, Gozzano e Ungaretti. Il primo, proprio per il suo aver dato grande importanza ai sentimenti e alle emozioni, viene visto da Borgna come quell’autore che dovrebbe sempre accompagnare l’esperienza quotidiana di uno psichiatra. Nel secondo e nel terzo, la tenerezza presenta, invece, sfumature diverse, tingendosi di colori arcani e segreti e, in Corazzini, in particolare, di una venatura nostalgico-adolescenziale. In Gozzano, inoltre, la tenerezza, al di là del fatto che ha svolto una parte importante nella sua vita, si rispecchia inesauribilmente nelle sue poesie e, più in generale, in tutta la sua opera. Infine, Ungaretti è la prova di come la tenerezza possa sopravvivere, fragile e intatta, anche in trincea, visto che le due poesie che di lui vengono ricordate appartengono al ciclo di quelle nate dall’esperienza della prima guerra mondiale.
Il libro si chiude con alcune riflessioni sulla fragilità della tenerezza, in relazione anche al tempo, che ancora stiamo vivendo, del coronavirus. «La tenerezza è una forma di vita fragile e intermittente […]. Basta una parola sbagliata, o anche solo mancata, e la luce della tenerezza si spegne». Ora, è proprio la fragilità, vista come legata da una «arcana relazione» alla tenerezza e come sua «sconosciuta compagna di strada», ciò che può aiutarla ad «avere una vita gentile, e capace di ascolto, così importante oggi in questo tempo di paure e di dolore, che hanno trasformato le nostre giornate in sorgenti di solitudine dell’anima, e di fatica di vivere». L’augurio finale è che, nel segno di una «nuova tenerezza», «la fragilità ci renderà tutti più solidi e durevoli», infondendoci quel coraggio con cui saremo capaci di lanciare una «temeraria sfida alla routine e alle banalità, alla apatia e alla indifferenza», nonché di resistere «alla solitudine e alla tristezza, alla angoscia della morte e alla disperazione generate dal coronavirus».







