“Arbait macht Frei”, il lavoro rende libero, scritta che sul primo campo di concentramento a Dachau venne adottata sino ad Auschwitz, non era una presa in giro dei prigionieri che vi erano rinchiusi, come pure si legge su qualche fonte di informazione sviante. Era invece un serissimo omaggio alle origini operaie del partito nazional socialista dei lavoratori costituitosi in Boemia nel 1906 e poi diffusosi in Baviera su una posizione di contestazione alla via democratica del partito socialista tedesco. Lo Nsdp era originariamente un precursore del partito bolscevico con la caratteristica di non essere ideologizzato, era composto principalmente di operai metallurgici, e di essere minoritario, non maggioritario nel mondo socialista. Poi è difficile dire quanto di socialista fosse rimasto nel nuovo partito guidato da Hitler, ma personaggi come i fratelli Strasser e per un certo periodo persino Goebbels rivendicavano le loro origini socialiste.
Tutto questo non ha impedito alla repubblica italiana di fondarsi secondo una costituzione scritta in collaborazione con socialisti e comunisti, proprio sul lavoro. Se l’assemblea costituente avesse accolto il suggerimento di Ugo La Malfa e degli eletti repubblicani di fondare la Repubblica sulla libertà, saremmo stati liberissimi di adottare il reddito di cittadinanza o quello che ci pareva. Siamo liberi persino di chiuderci in casa e dedicarci all’ozio.
In una Repubblica fondata sul lavoro bisogna invece chiedersi se quello che si poteva fare per la povertà non prevedesse niente di più di una elargizione di un sussidio di disoccupazione in modo da evitare che si diffondesse l’idea per cui basta essere cittadini della Repubblica per disporre di un reddito. Tesi appunto di Beppe Grillo, per il quale “una società evoluta è quella che permette agli individui di svilupparsi in modo libero, generando al tempo stesso il proprio sviluppo. Per fare ciò si deve garantire a tutti lo stesso livello di partenza: un reddito, per diritto di nascita. Soltanto così la società metterà al centro l’uomo e non il mercato”. Dal che si comprende come mai i governi 5 stelle festeggiassero l’abolizione della povertà e i navigator assunti potevano anche diventare le milizie antiassemblamento del ministro Boccia, tanto di lavoro non ne avrebbero mai trovato, lavorare non serve. Il che ovviamente può anche essere, non vogliamo discutere la funzionalità e l’eticità di questa tesi portata dal reddito. Il problema è la costituzionalità. Forse i deputati del movimento 5 stelle, invece di cambiare l’articolo 56 e seguenti sui numeri dei parlamentari, dovevano cambiare l’articolo uno della Carta. Fino a quel momento è sicuramente banale e vagamente socialisteggiante, l’affermazione dell’onorevole Meloni per la quale il lavoro ti porta dove ti vuole e il reddito ti lascia fermo. Eppure è pienamente costituzionale.





