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Das Kapital

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
24 Giugno 2024
in L'editoriale
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Ora che tra una danza e l’altra a favore della simpatica comunità Lgbt, abbiamo scoperto che esiste il crudele capitalismo, vogliamo vedere come se ne esce. Potremmo richiamare in servizio attivo l’onorevole Bertinotti che per lo meno è un esperto autentico di diritti individuali coniugati alla lotta di classe. Perché se invece tiriamo in ballo, come è subito stato fatto, la legge Bossi, Fini e perché no, anche la fine della Guerra Fredda, bene, allora tanto vale riprendere in mano le sorti dell’epopea coloniale. La ricchezza delle nazioni si è fondata sulla loro capacità di espansione otre mare, ovvero lo sfruttamento degli uomini e delle risorse altrui. Ne sa qualcosa ancora la Russia che ha avuto non a caso un certo Lenin a spiegarlo e Putin, per lo meno questo, lo ha capito eccome, sono due anni che fa la politica delle cannoniere. L’Italia, poverella, non sviluppò poi quei grandi affari che magari nazioni come la Francia e l’Inghilterra, con le compagnie delle Indie, iniziarono già nel ‘700. Ci è toccato risalire la china, sprovveduti come eravamo. Piazzati in Libia fucilavamo i beduini, invece di fargli cercare il petrolio.

Così è accaduto in questi ultimi trent’anni, dopo aver ottenuto un qualche sviluppo economico, di poter sostituire i camerieri con i filippini e le badanti con le rumene. Ancora non basta. Nessuno aveva più voglia di lavorare i campi. Ci sono diverse fasi del capitalismo, una prevede quella di essere sottopagati. L’altra, lo schiavismo vero e proprio. Quest’ultima richiede una popolazione primitiva o altrimenti la disperazione sociale tipica di comunità in cui il capitalismo non ha attecchito e si ritrovano ancora agli inizi. perché questo a Marx e a Bertinotti bisogna pur dirlo, il modello pre capitalista si è concluso da quel dì e quello alternativo, ancora lo aspettiamo.

Di buono c’è che possiamo provare ad aprire gli occhi, per cui i migranti, servono eccome, e almeno 65 mila, sostiene la Guardia di Finanza, lavorano in nero in condizioni disumane. Ma la cifra è riportata solo dopo pochi giorni, potrebbe estendersi. Adesso è il momento di discutere di salario minimo, perché se noi applichiamo il salario minimo di dieci o nove euro a chi lavora per tre in un intero comparto produttivo, o dobbiamo aumentare proporzionalmente i costi di mercato, una passata di pomodoro che si compra ad un euro la vendiamo a cinque, oppure facciamo saltare per aria tutta la filiera e quindi inevitabilmente regrediamo. Si può cercare una via intermedia che poi sarebbe quella delle società evolute, cioè quelle che il capitalismo non lo contestano e pure sono uscite dall’esperienza coloniale di successo con una qualche dignità. Non l’Italia, insomma, che adesso vuole fare il piano Mattei all’Africa. In questo caso si cerca di aumentare un salario minimo per quello che è possibile. Inevitabilmente, dispiace, ma va da sè, occorre prevedere delle pene più rigorose per lo sfruttamento, se non la forca, almeno la galera. Poi si riconoscono i diritti negati. Cose semplici, tipo che se perdi un arto al lavoro, hai garantita immediatamente l’assistenza medica. Pensate che si possono persino rafforzare i controlli delle condizioni di lavoro, ed incredibile, riesci a migliorare la sicurezza. In Italia si muore sul lavoro ogni giorno anche nelle circostanze più banali, per cui, diciamo, che se non ci fidiamo del governo, il sindacato avrebbe di meglio da fare che sbraitare nelle piazze. Mandi degli ispettori, li assuma direttamente la Cgil con tutti i finanziamenti di cui dispone, potrebbe farlo..

Ci sarebbe poi una soluzione pre marxista, quando il capitalismo non era considerato un male, anzi, un tirocinio indispensabile per la via della ricchezza. Si fondava da un’idea remota di ridistribuzione della terra per cui ciascuno ne fosse proprietario, disponendo di quanto riuscisse a coltivarne. Vero è che questa appare oggi inevitabilmente un idillio arcaico, un’idea alla Rousseau. Resta allora la più moderna politica dei redditi, senza ricorrere a Bertinotti ed evitando, grazie, Berlinguer, c’è ancora di buono La Malfa.

Tags: capitalismoLgbt
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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