Se gli intellettuali italiani continuano a sbagliare il giudizio sul fascismo, viene da credere che ad un dato momento finiremo per ritrovarci a slittare in un qualche sistema similare e magari persino peggiore. Il primo a dare un giudizio sbagliato fu Benedetto Croce che lo derubricò ad un incidente di percorso, quasi fosse normale per una democrazia liberale ritrovarsi un Mussolini alla guida del governo. Ma Croce era stato un complice del fascismo non un antifascista, per lo meno fino alla donazione dell’oro alla patria, per non parlare del voto di fiducia dopo il delitto Matteotti. Il professor Barbero che ha svolto ieri la sua lezione sul totalitarismo, non ha nessun sospeso, per cui il suo giudizio dovrebbe sforzarsi di una maggiore attenzione. Egli ha infatti detto, in una analisi storica necessariamente sommaria, un’ora è un po’ poco forse per introdurre anche solo il tema in questione, che il fascismo fosse meno feroce dei suoi due corrispettivi europei nazionalsocialismo e socialismo staliniano. Il fascismo non rinchiuse la popolazione in lager appositi, al limite mandò qualcuno al confine. A parte che egli stesso ha riconosciuto la costruzione di lagher fascisti nella ex Jugoslavia, trattandoli come una conseguenza della guerra, ha dimenticato che i primi lager fatti da un paese europeo, li fece proprio il fascismo in Libia con il generale Graziani, quando Hitler girava per le birrerie di Monaco. La guerra condotta dal fascismo sulle popolazioni indigene, non ebbe precedenti nella storia mondiale dal momento che venne svolta con i gas proibiti dalle convenzioni internazionali. Infine andrebbero considerati i crimini del fascismo in Spagna, nella sua narrazione Barbero non ha nemmeno accennato alla questione spagnola, che pure è dirimente. Mentre lo stato della repressione in Italia, se può essere considerata davvero “meno feroce” di quella nazista e staliniana, trova come spiegazione solo il successo di massa ottenuto dal regime, ben superiore a quello che Hitler ottenne nel ’33. Hitler divenne cancelliere di un partito di minoranza nel Reichstag, quando Mussolini ha la maggioranza del parlamento ancora quando lo chiude. Stalin che non disponeva di un parlamento fin dal 1917 contava solo sulla polizia politica. La ferocia è dunque proporzionale alle diverse situazioni.
Piuttosto il totalitarismo del fascismo rispetto agli altri due, e questo il professor Barbero lo ha centrato, fu velleitario, costretto com’era a districarsi fra poteri ben più solidi del suo come quello del Vaticano e quello della monarchia.
Per il resto le due lezioni tenute dal professor Barbero, in attesa di una terza, sono degne di interesse. Sulla schiavitù egli ha riportato alcuni esempi monografici per ricordare che solo con l’illuminismo nel ‘700 questa venne messa in discussione, considerato che la civiltà cristiana, come quella romana e greca precedenti, non lo avevano mai fatto. A dire il vero, nè Voltaire né d’Holbach se ne occuparono e Diderot affrontò la questione dialetticamente, per cui lo schiavo poteva diventare il vero padrone. Fu solo Rousseau ne “il Contratto sociale” ad attaccare la schiavitù e i rivoluzionari francesi, che pure amarono Rousseau, non riuscirono a seguirlo fino a quel punto, perché liberare gli schiavi avrebbe significato rafforzare l’Inghilterra. Abbiamo dovuto aspettare Abram Lincoln per trovare qualcuno che non temesse le conseguenze di rompere le catene della schiavitù ed ancora un secolo dopo Lincoln, nel mondo non c’erano sufficienti diritti per coloro che se ne erano emancipati. Se il professor Barbero è stato quasi reticente sulla schiavitù, avesse del resto mai evocato Rousseau, subito avrebbe dovuto triplicare le sue conferenze, sul totalitarismo è stato comunque esauriente. Riiprendendo il testo della Arendt ha collocato il totalitarismo interamente nel ‘900, c’è chi come il professor Popper accusa Platone, Aristotele e persino Eraclito, ed ha stabilito l’identità fra nazismo e socialismo sovietico. Se poi uno si perde nelle distinzioni fra destra e sinistra, non comprende l’evoluzione di due fenomeni socialisti che si rispecchiano l’uno nell’altro, Hitler e Stalin si ammirano anche se in momenti diversi. Barbero perde qualche colpo nelle distinzioni che ovviamente esistono fra i due regime, come esistono le distanze storiche e geografiche che li caratterizzano. Barbero ha invece il merito di aver definito perfettamente il professor Heidegger per quello che era, ovvero il principale filosofo nazionalsocialista della storia. Con il che saremmo interessati alle spiegazioni di quei professori universitari italiani, iscritti al Pci, convinti antifascisti, che bandito Gentile, insegnavano Heidegger ai loro studenti come il filosofo del futuro. Anche questo dovrebbe preoccupare nel conto del fascismo.







