Il partito repubblicano ha sostenuto Carlo Calenda dal primo momento in cui ha lasciato il Pd offrendogli la possibilità di formare un gruppo autonomo parlamentare alla Camera. cosa che poi lui scelse di fare con +Europa. Ciononostante appena Azione si è costituita e impegnata nella campagna elettorale per Roma, la segreteria nazionale del Pri ha chiesto al partito romano di interrompere il percorso politico avviato per ricollocarsi con Calenda in una posizione terza. Il partito repubblicano di Roma fece come Garibaldi a Teano, ha obbedito, fornendo candidati in tutti i collegi comunali in cui Calenda ed Azione avevano bisogno. Quando abbiamo chiesto noi un candidato alla presidenza di una circoscrizione Azione e Calenda non ci hanno nemmeno risposto. In compenso Azione ci ha invitato al suo congresso fondativo, dove abbiamo apprezzato il richiamo storico e politico all’azionismo di Parri e La Malfa e il desiderio da noi espresso fin dal 2014 di creare una forza politica terza ispirata alla democrazia liberale europea. Abbiamo quindi invitato Calenda dal palco del suo congresso a creare un fronte elettorale molto ampio perché la sensibilità democratica e liberale in Italia è varia e diffusa ma purtroppo poco abituata ad essere riunita e soprattutto organizzata.
Le elezioni politiche sono poi arrivare in maniera rocambolesca tanto che siamo tutti finiti in affanno, comunque il partito repubblicano annunciò la sua disponibilità alla formazione di un terzo polo quando ancora Calenda non sapeva dirci esattamente cosa avrebbe fatto e noi lo invitammo immediatamente dalla nostra parte. Calenda è arrivato, ha preso il timone della coalizione che da articolata che si voleva è diventata praticamente una struttura a due, Azione ed Italia viva. Dove Italia viva aveva mantenuto i rapporti con il Pri, i repubblicani sono stati candidati, dove ha deciso Calenda sono saltati non solo i repubblicani, ma anche il movimento dei sindaci disponibili ad impegnarsi in una campagna elettorale che era oggettivamente molto difficile. D’altra parte l’ultima volta che avevamo visto Calenda era stata ad una riunione del giugno precedente indetta per il “fronte repubblicano” con altri soggetti, gli amici di Ali, la Fondazione Einaudi, dove Calenda si era presentato per dire che il capo era lui con Emma Bonino. Tanto salda la guida politica che Bonino e Calenda si sono trovati candidati contro in un collegio elettorale. Ma anche se il partito repubblicano i capi se li dà’ da solo, non ci siamo scandalizzati, Calenda ha le capacità mediatiche e le ragioni per imporsi nel dibattito politico. Se vuole prendere lui tutte le decisioni senza consultarsi è liberissimo di farlo. Se condividiamo le sue decisioni lo sosteniamo volentieri, altrimenti gli facciamo i migliori auguri. L’impegno fermo e determinato di Calenda a sostegno dell’Ucraina, come quello di più Europa del resto, resta un legame che non incrineremo, perché segna un’identità politica dell’occidente democratico e liberale appunto, che è la nostra stessa.
Ciò non significa che apprezziamo anche tutte le altre scelte fatte da Calenda. Azione poteva cercare un candidato nuovo da proporre alla società lombarda per le prossime regionali, un candidato su cui costruire l’identikit di un profilo che manca in quella Regione dai tempi in cui a Milano governava Bucalossi. Invece ci ha offerto la signora Moratti. Calenda è liberissimo di reclutare e promuovere tutto il dissenso in Forza Italia, anche all’ultimo momento utile e sicuramente fa buona cosa, e il Pri fa benissimo a non accodarglisi, soprattutto se si tratta di incarichi amministrativi. I repubblicani milanesi conoscono meglio di tutti la signora Moratti avendola sostenuta come sindaco nel 2006 e piuttosto le preferiscono Fontana. Ma come, il “populista”, il “salviniano” Fontana? Ma Fontana è un buon amministratore, la Lega ne ha tanti per la verità sul territorio e poi non sai cosa succederà domani nella destra di governo italiana, magari aderisce al partito popolare europeo come fece a suo tempo Berlusconi, con l’onorevole Meloni e altri esponenti politici di primo piano che il populismo lo lasceranno volentieri a Conte. Per cui bisognerebbe piantarla di ergersi a giudici dell’universo mondo, soprattutto quando si candida una personalità che era in giunta con Fontana, come vice, fino al mese scorso.







