L’Italia non è solo il paese che ha avuto il più grande partito comunista in Europa occidentale, capace di superare il 30 per cento dei consensi dell’elettorato, ma anche uno dei partiti comunisti più longevi al mondo. Praticamente fu Gorbaciov ad invitarlo a cambiare nome dicendo all’allora segretario Occhetto che rischiava di restare lui solo a chiamarsi in quel modo insieme, ai cinesi e ai cubani. Notevole la discrepanza fra la conoscenza della realtà da parte del gruppo dirigente comunista rispetto a quella dei militanti, perché il rito bolscevico prevede la disinformazione sistematica delle masse. Mentre in tutta la politica internazionale del Pci vi sono solo due momenti significativi. Il primo è quando Togliatti rifiuta di trasferirsi a Mosca chiamato al Comintern da Stalin e convoca il comitato centrale del partito per votare la sua insostituibilità italiana, il secondo, quando Berlinguer sceglie la Nato.
Due episodi questi a loro modo straordinari che pure i sostenitori del Pci non hanno mai esaminato a fondo, perché oggettivamente imbarazzanti. Ne deriva la difficoltà presente ancora oggi nei media, come nell’opinione pubblica, presidiate da ex comunisti di ogni genere, sulle autentiche capacità della Russia. Non è un caso che un alto dirigente dell’ex Pci, Massimo d’Alema, di scuola togliattiana e berlingueriana abbia espresso la visione più compiuta di questa tradizione politica quando al congresso di Articolo 1, ha detto che Putin ha già perso la guerra e che facciamo bene ad armare l’Ucraina. Invece di invitare in televisione i vari Caracciolo, Orsini, Cacciari che della Russia capiscono poco o niente, sarebbe il momento di far tornare D’Alema a spiegare un po’ di cose. Questo consentirebbe anche di far comprendere cosa significa per il presidente statunitense Biden vincere la guerra.
L’amministrazione americana, realisticamente, non crede sia possibile una trattativa di pace con Putin, perché non c’è un obiettivo minimo per la Russia. Ce n’è solo uno massimo che riguarda tutto il vecchio impero. Ad esempio, Odessa non è il Donbass, ed è evidente che Putin vuole Odessa. Ma nemmeno Odessa, basterebbe perché già si parla della Moldavia. Non si può fare la pace con Putin concedendogli tutto lo sbocco al mare ucraino più parte della Moldavia, perché anche essendo disposti a dargli tutto questo, vi sarebbe il rischio che quello domani si volesse ingoiare l’intera Regione. Per cui vincere la guerra significa sostanzialmente costringere le armate russe al ritiro dalle posizioni in cui si trovano oggi ed il ritorno nel loro paese. Non c’è bisogno di annientarle. Nel momento nel quale il governo russo fosse costretto ad ammettere il suo fallimento si aprirebbe una crisi profonda di quel regime. Le aspettative mancate, una dittatura necessita di espandersi territorialmente per progredire, altrimenti staziona, insieme al risentimento di parte del gruppo dirigente russo contrario a trovarsi in questa situazione fin dal primo momento.
Che Putin non disponga di particolare genio politico, oltre ad esserne affatto privo sul piano militare, lo dimostra facilmente la sua conferenza con gli apparatcky trasmessa in presa diretta. In quel caso dovette confutare il capo dei servizi segreti, che pubblicamente lo contraddiceva. Come se Hitler quando attaccò la Francia, avesse avuto Himmler contrario, cosa che poteva anche essere, ad esempio Goering era contrario all’invasione dell’Unione sovietica. Hitler aveva l’intelligenza di guardarsi bene dal far sapere a tutti i tedeschi ed ai nemici, quello che pensavano i suoi gerarchi. E Hitler, dopo solo cinquanta giorni aveva piegato la principale potenza continentale, senza radere al suolo nessuna città e insediato in furia e fretta un governo utile a portargli le brioches al mattino. Badate che anche la campagna di Russia fu un successo per tutto il 1942, quando prese prigionieri in meno di tre settimane un milione di militari dell’Armata rossa e annientò mille aerei sovietici al suolo. Fu l’intervento americano in Africa a dare la possibilità ai russi di riorganizzarsi, insieme all’arroganza tedesca imbaldanzita da tanti facili successi. Questo dovrebbe tenere a mente Putin, quando dopo due mesi ancora i suoi carri armati si trascinano nel fango dell’Ucraina, ovvero non un mitico nemico invincibile dai tempi di Alexander Nevsky e del Re Sole, ma un misero satellite della Russia depredato e spogliato per più di duecento anni.






