Io non posso dire di essere un nemico dell’Intelligenza Artificiale. Anzi, l’IA mi è subito risultata simpatica, anche quando mi si presentava come AI, perché dirsi in italiano fa molto anni settanta. Io mi ci sono approcciato perché affascinato dalle reti neurali artificiali e dal Machine Learning, occupandomi di Logica non potevo rimanerne indifferente. Per me aveva il valore di verifica sperimentale. Come gli alchimisti vedevano le regole del mondo dietro la vetreria, avevano contezza cioè dell’identità tra ideale e reale, così io vedevo in funzione una simulazione di quanto lo spirito produce in me (consapevole di come sia tutto poco più di un gioco, non essendoci coscienza). Ma non posso dire che il mio è stato amore platonico, perché sono un maneggione e, come tutti, ho fatto il furbetto. Mi sono fatto fare un logo di una mia associazione, per risparmiare i soldi del grafico, ho apprezzato gli assistenti virtuali perché puntualmente mi risolvevano ogni problema in qualsiasi ambito, mentre prima dovevo spiegare cose che il mio interlocutore umano in Albania nemmeno capiva, ho trasformato in quadri e fumetti le foto a me più care. Vogliamo poi mettere la comodità di avere traduzioni più o meno accurate? (Anche se, rassicuro, non ho mai utilizzato niente di artificiale a mio nome, come autore o curatore, tutti gli errori e sciocchezze che leggete nei miei libri, e modestamente, sono farina del mio sacco). Anche in redazione non abbiamo mai utilizzato nemmeno Copilot su Word per affinare, sintetizzare o rendere meno formale un testo, ma vogliamo mettere la comodità, per un piccolo giornale di provincia, di poter avere velocemente un testo di un articolo minore? Quanto tempo inutile si è perso nelle redazioni di tutto il globo per rendere in italiano decente un comunicato della Questura? Ci volevamo vincere il Pulitzer con i controlli della stradale nel fine settimana? Quanti affrettati copia e incolla si risparmiano con un intelligente (cioè consapevole) uso dell’Intelligenza Artificiale? Nella didattica, dobbiamo poi considerare, quanto è utile avere sintesi o mappe concettuali? Quanto è utile usare TurboScribe per mettere online le registrazioni e avere la trascrizione testuale? Quante ore di sbobinatura delle lezioni all’università ci saremmo risparmiati da giovani?
Chiaramente sono ben consapevole dei rischi. Tanto per cominciare professioni intere scompariranno. Il mio interlocutore umano in Albania sta già facendo altro, probabilmente adesso vende kebab, sushi o ramen in Italia (perché multiculturalismo vuol dire pure togliere il mestiere e l’identità a turchi e giapponesi), il mio grafico farà consegne per Amazon e tante redazioni avranno fatto a meno dei ragazzi di bottega (perché è difficile da credere che le firme di prima grandezza si siano mai messe a riempire di loro ingegno le gabbie di XPress a un’ora dalla chiusura del giornale). Non sono preparato, e non ne scrivo, sulla questione dei diritti d’autore, perché non so nei dataset cosa finisca, se ci finisca anche roba coperta da copyright, ma in questo giornale scrive un’autorità della materia, e magari su questo ci chiarifica lui. Ma, attenzione, la cosa che a me inquieta è un’altra. Ho sempre creduto la tecnologia neutra. Ho sempre detto, e scritto, che anche negli anni Ottanta, quando giravano le foto dei bambini nudi tra i pedofili, a nessuno sarebbe mai venuto in mente di criminalizzare la Kodak. Ciripipì è rimasto nella storia della comunicazione ma che io sappia in nessun dibattito colto sui pericoli del progresso. Platone protestava per la scrittura, avrebbe indebolito la memoria, diceva (e aveva ragione). Il fuoco è stata una grande scoperta, ma non è colpa sua il come viene adoperato, se per cuocere o per incendiare e distruggere. La domanda con cui mi sono svegliato stamattina, dopo una serata passata a chiedere a Gemini di me e del mio pensiero, è quella di Platone: ma non è che tutto questo, alla fine, andrà a nostro danno? In quinta liceo scientifico, e io ero tra i più bravi della classe in matematica (forse il migliore: studiavo funzioni in venti minuti), la professoressa ci chiamò uno per uno alla lavagna, e si accorse, con orrore, che nessuno di noi sapeva fare una divisione. Pure io, che non fui risparmiato da quell’umiliazione, a furia di usare la calcolatrice, non avevo più idea di quanto ci aveva insegnato la maestra. È finita che, in una quinta liceo scientifico, la professoressa ha dovuto spiegare ai suoi alunni come si fa una divisione. Tornando alla mia domanda (e qui avrei potuto usare Copilot per essere più incisivo e togliere qualche fronzolo troppo umano, incluso qualche ricordo che certo non mi fa onore): siamo sicuri che nell’apprendimento il ricorso a strumenti già adesso efficienti ed efficaci, e destinati ad esserlo sempre di più, ci renderà poco avvezzi alla lettura, alla comprensione, all’approfondimento, all’analisi, a quelle che nella tassonomia di Bloom sono i livelli più alti delle abilità cognitive (analizzare, valutare, creare)? Non c’è il rischio di avere una intelligenza artificiale sempre più matura e una deficienza umana sempre più accentuata? Non sarà sempre maggiore il rischio, se l’IA diventerà l’oracolo dell’infallibilità, di una manipolazione propagandistica di chi gestisce i dataset (senza che io, utente finale, sappia da dove vengono le informazioni)? Me lo ha detto l’IA, dirà l’uomo medio al medico, all’avvocato, persino all’architetto. Senza che medici, avvocati e architetti possano nemmeno mettersi a vendere kebab, sushi o ramen, perché ci sono già gli albanesi dei Call Center.
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