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La Cina come vicina

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
22 Maggio 2023
in L'editoriale
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Per un certo verso è meglio che il presidente del consiglio sguazzi nel fango con gli alluvionati, invece di tornare ad esaminare i dossier all’asciutto che l’attendono a palazzo Chigi. Gli alluvionati ti saranno grati dell’attenzione e la meritano, mentre certi dossier solo a pensarci vengono i brividi. In particolare, quello che concerne gli accordi bilaterali con la Cina in scadenza, ha ben motivo di tormentare l’onorevole Meloni. Il professor Giulio Sapelli che a modo suo è certo un esperto di affari internazionali ha appena detto senza mezzi termini in un’intervista ad un quotidiano che quel trattato è stata una “autentica follia”. Solo il governo di un mitomane sconsiderato può mettersi in testa di firmare un trattato con un paese dieci volte più grande del nostro e collocato sull’asse opposto della geopolitica. Se invece vogliamo essere più pratici di Sapelli e guardare ai dettagli, da quell’accordo l’Italia non ha avuto particolari vantaggi. La cosa più evidente è di aver triplicato i voli con una nazione di dimensioni e popolazione eccezionali, mentre veniva incubato un virus letale che è arrivato per prima da noi. Hitchcock direbbe una tempistica omicida perfetta.

Da notare che il presidente del Consiglio onorevole Meloni non ha avuto esitazione alcuna di sbarazzarsi di tutto l’armamentario allestito dai due governi Conte. Si trattasse del reddito di cittadinanza, o del supebonus, ha aperto il secchio della spazzatura. Non fosse abbastanza netto lo spirito del nuovo governo, l’onorevole Meloni si è presentata dicendo che l’Italia non chiuderà mai più niente per nessuna ragione possibile. L’onorevole Meloni sorge fieramente sulle ceneri di Conte. Eppure a proposito del bilaterale con la Cina è prudentissima. Basterebbe solo che il governo non lo rinnovi per vederlo decadere, quando l’onorevole Meloni ha fatto sapere di aver bisogno ancora di tempo per decidere. Anche al G7 appena concluso, sia gli alleati europei che gli Stati Uniti d’America hanno espresso abbastanza chiaramente la necessità di archiviare la partecipazione dell’Italia alla via della seta, cosa che diede a tutti loro non poco fastidio. Un paese membro della comunità europea e saldo nell’Alleanza atlantica come il nostro, prima di prendere una simile iniziativa, si consulta con i suoi partner convenzionali. Conte non ci ha pensato proprio e l’onorevole Meloni ha fiutato l’aria. Sa anche però che Biden non vede l’ora di riprendere il clima distensivo con la Cina e soprattutto che domani Francia e Germania potrebbero soppiantare l’Italia sulla stessa direzione di marcia che ora chiedono di abbandonare. Se non era il caso di precedere i propri partner nella confidenza, mal ripagata fra l’altro, con Pechino, tantomeno è il caso di deluderla proprio quando Stati Uniti, Francia e Germania, pensano opportuno instaurarla. Oltretutto, nel 2019 Pechino era principalmente un incognita, nel 2023 potrebbe invece essere una parte principale della soluzione nel conflitto con la Russia. E l’Italia dovrebbe metterle subito un dito nell’occhio? Le esitazioni del presidente del Consiglio si comprendono facilmente.

Può darsi che il governo italiano con grande compunzione sia in grado spiegare ai cinesi che il suo predecessore pentastellato abbia dato prova di intempestività ed imprudenza. Pur rammaricandosi, il nuovo governo sente il bisogno prima di concordare con gli alleati eventuali passi ulteriori, pur convinto di dover incoraggiare una linea diplomatica e commerciale fruttuosa per le relazioni future. In altre parole che l’Italia faccia con la necessaria cortesia un doveroso passo indietro prospettando comunque un’intesa più ampia. I cinesi non ci dichiareranno guerra per questo, anzi, probabilmente capiranno. Resta il fatto che si tratta con più o meno tatto di chiuder loro una porta in faccia. E bisognerà pur farlo altrimenti i malumori in occidente per la nostra scriteriata fuga in avanti resteranno. È l’eredità avvelenata di Conte ad agitarsi su palazzo Chigi. Un fantasma di cui ancora non ci si è liberati. Ci dispiace per l’onorevole Meloni ma nemmeno noi saremmo in grado di dire se quello non sapeva proprio cosa stesse facendo o invece, lo sapesse fin troppo bene.

Foto CCO

Tags: CinaMeloni
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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