C’è da chiedersi come sia possibile che chi abbia avuto incarichi di governo di primo piano in Italia non abbia cognizione alcuna del diritto internazionale. Se il blocco navale su Gaza fosse illegale, le nazioni unite, si sono appena riunite solennemente in assemblea, non avrebbero avuto nessuno scrupolo a raccomandare una missione per romperlo. Al posto di una flottiglia di diportisti, vedremmo per lo meno navigare dei cacciatorpediniere. Più di cento paesi riconoscono lo Stato di Palestina, ce ne fossero due disposti ad instaurarlo, escluse le chiacchiere.
Non che i ministri del governo in carica che avvisano del pericolo a cui va incontro la flottiglia, diano l’impressione di comprendere meglio le questioni legali. Le conseguenze di un tentativo di forzare un blocco navale, possono anche essere, come ripetono Taiani e Crosetto, drammatiche. Di sicuro saranno penali, per lo meno sulla base del codice italiano. Inutile aggiungere che Israele prevede direttamente la possibilità di aprire il fuoco.
Ammesso che Israele abbia davvero voluto intimorire la flottiglia a Tunisi e poi in acque internazionali, usando petardi di vario tipo con un’operazione di dissuasione a dir poco bizzarra, questo dovrebbe essere inteso come un segnale inequivocabile. Meglio arrestarsi, o per lo meno, contando sui campioni di diplomazia imbarcati, iniziare a discutere con le autorità israeliane della rotta da intraprendere. Difficile che Israele abbia intenzione di mettersi a ispezionare cinquanta o più imbarcazioni che si approssimano ad acque poste sotto il suo controllo e considerate zona di guerra. Soprattutto dopo aver invitato tutto il naviglio ad attraccare al porto di Ashkelon. Poi si può sempre sperare nella misericordia e nella clemenza dei comandanti israeliani in servizio attivo. Non ci si faccia solo troppo affidamento. I mezzi navali di Israele sono piuttosto limitati e la pressione a cui sono sottoposti è già considerevole. Si escluda infine che possa consentire ad uno sbarco collettivo sulla spiaggia di Gaza, tipo gli alleati ad Omaha.
Il governo italiano decidendo di scortare la flottiglia in acque internazionali ha fatto una scelta politica di cui si assume la piena responsabilità, anche sotto il profilo economico. Il governo è già impegnato, con altri europei a recapitare aiuti alla popolazione di Gaza. L’impiego di una nave da guerra comporta un costo ulteriore, di cui nessuno sentiva il bisogno. Non si conoscono nemmeno esattamente quali e quanti generi di conforto le imbarcazioni vorrebbero recapitare sulla Striscia. Accettare di buon grado e con riconoscenza la mediazione offerta dalla Santa sede potrebbe essere ancora la soluzione consigliata più proficua.
Il capo dello Stato si è sentito in dovere, giustamente, di intervenire per richiamare gli equipaggi. Non mettete a rischio la vostra incolumità, il monito del Quirinale. Questione molto delicata. La scelta compiuta è di coscienza individuale. Il capo dello Stato può solo esercitare un magistero morale. I partiti politici, avessero compreso l’intervento del Presidente della Repubblica, dovrebbero richiamare subito i loro esponenti parlamentari che si ritrovano, non si capisce perché, in alto mare. Il loro ufficio si esercita a Montecitorio o a Palazzo Madama. Fossero almeno arruolati in marina.
Tutti presi come siamo dalle questioni politiche, legali e istituzionali, rischiamo di perdere il comune senso logico delle cose, che pure dovrebbe essere il più semplice da mantenere. Se Israele compie un genicidio, mitragliando e affamando indiscriminatamente donne e bambini, in dispregio dei principali valori umanitari, perché mai dovrebbe avere dei riguardi verso i bonari soccorritori delle sue tormentate vittime? Più facile che li spedisca dritti in fondo al mare appena saranno inquadrati nel cannocchiale. Indossate i salvagenti. Dalle immagini che si vedono a bordo, i nostri eroi sembrano non preoccuparsene. Sembrano in crociera.
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