Con Luigi Tivelli non se ne va solo un grande civil servant, ma anche un grande repubblicano, figlio della cultura azionista e mazziniana. Di lui non resta solo il ricordo di un amico, ma la traccia di una tradizione civile: da un lato quella dei servitori dello Stato capaci di unire cultura politica, amministrazione e coscienza nazionale; dall’altro quella dell’ eredità del Pri e della migliore Fgr quella dei Negri, dei Ronchey. Allievo di Ugo La Malfa e di Guglielmo Negri, Tivelli apparteneva a quella famiglia ideale del repubblicanesimo italiano che non separava mai la libertà dalla responsabilità, il merito dal dovere, la democrazia dalla competenza, il senso delle istituzioni dal senso della nazione, l’Italia dall’Europa. Fu civil servant nel senso più alto dell’espressione svolgendo il ruolo di consigliere parlamentare, capo di gabinetto, portavoce e consigliere di ministri e presidenti del Consiglio diversi, restando sempre fedele al rispetto delle istituzioni e al superiore interesse del Paese.
In lui viveva una vocazione leonardesca. Una curiosità instancabile, un’energia intellettuale fuori dal comune, coniugata con una capacità rara di passare dai dossier amministrativi alle grandi questioni della storia e della classe dirigente con sagace ironia e sottile vis polemica. Aveva appreso, nella Camera dei Deputati e nei palazzi del governo, che la politica non è soltanto lotta per il potere, ma conoscenza dei suoi limiti, dei suoi vizi, delle sue fragilità. Dai suo mentori istituzionali, Guglielmo Negri e Antonio Maccanico, aveva appreso che le istituzioni sono passioni. Da quelli politici, pensiamo ad Ugo La Malfa e Oddo Biasini, che la cultura è inscindibile dalla politica e che la politica è inseparabile dai contenuti. Una sapienza che ci sembra lontana in questi temi di grigio diluvio populista. In questo senso Tivelli era figlio di una cultura antica. Quella di quel Gaetano Mosca che aveva trovato proprio nella Camera la sua palestra decisiva. Leggendo resoconti stenografici, osservando i parlamentari, studiando il funzionamento concreto dell’Aula, Mosca aveva compreso le fisiologie e le patologie del potere. Da lì nacque una parte essenziale della moderna scienza politica italiana. La Camera fu pertanto per molti intellettuali e consiglieri parlamentari non un impiego, ma un osservatorio della nazione: una scuola severa, una disciplina dello sguardo, un apprendistato alla realtà.
A questa genealogia appartennero Beniamino Placido, Silvio Traversa, Antonio Maccanico, Guglielmo Negri. E di questa tradizione Tivelli si è sempre sentito un cultore, un testimone e un promotore (come conferma il suo impegno per il centenario di Guglielmo Negri). Come loro seppe alternare il lavoro silenzioso delle istituzioni all’elaborazione culturale, la pratica alla riflessione pubblica, l’ufficio alle redazioni dei giornali. Non era un tecnico senz’anima, né un intellettuale estraneo allo Stato. Era un uomo di confine capace di muoversi tra cultura e amministrazione, tra storia e governo, tra pensiero liberale e tradizione repubblicana. La sua attività di editorialista e saggista lo conferma. Scrisse per testate diverse, dal Messaggero al Sole 24 Ore e a Formiche, da ultimo approdando prima al Tempo e poi al Giornale di Tommaso Cerno, sempre con l’intento di interpretare la politica italiana seguendo la lezione di grandi politologi, sociologi e giornalisti come Alberto Ronchey e Giuseppe De Rita, con cui collaborò a varie iniziative culturali. Nei suoi libri raccontò i vizi e le virtù del Paese, le insufficienze della sua classe dirigente, le occasioni mancate e le possibilità ancora aperte. Da Dalla Brutte Époque al Governo Draghi, in cui rilanciò la necessità di una leadership euroatlantica sul modello draghiano, alle opere con il già Ragioniere Generale dello Stato Andrea Monorchio, di cui fu grande amico e con cui condivise la stesura di libri importanti come da ultimo Memorie di un Ragioniere generale tra scena e retroscena (Rubbettino), emergeva la stessa ambizione: far parlare le istituzioni dall’interno, restituire dignità alla memoria amministrativa, mostrare che dietro la scena del potere esiste un retroscena di procedure, caratteri, responsabilità e valore che costituisce l’effettivo governo del Paese.
Era questo lo spirito con cui scrisse due testi di ritratti dialoghi pregevoli, poderosi e indispensabili per capire le élite italiane quali Chi è Stato? L’effettivo governo del Paese (con dialoghi a figure chiave quali Andrea Monorchio, Sergio Vento, Corrado Calabrò, Gaetano Gifuni) e il suo splendido I segreti del Potere. Le voci del silenzio (con testimonianze di Antonio Patuelli, Giampiero Massolo, Giuseppe De Rita, Gabriella Palmieri Sandulli, Beniamino Quintieri, Giovanni Malagò, Ginevra Cerrina Feroni). Due testi che sono vere e proprie ricognizioni della macchina pubblica viste dai loro protagonisti. Per non parlare dei libri sulla cultura e visione politica europeista e liberaldemocratica scritti con l’ex premier Lamberto Dini ed ancora estremamente attuali. Testi che mi riportano ai ricordi della nostra lunga collaborazione.
Ho conosciuto Luigi Tivelli nella sede del Partito, mentre parlava dei ricordi dei suoi maestri e del ruolo che i loro insegnamenti hanno svolto nelle sue avventure istituzionali. Incontrandolo, ho subito riconosciuto in lui un uomo mosso da una passione civile non ornamentale, ma quotidiana. Di lui conservo il ricordo dei 4 anni in cui ho collaborato con la sua Academy coltivando la passione per i libri (tra Roma e Sabaudia), per i numerosi confronti imparziali organizzati durante i suoi numerosi eventi alla Camera dei Deputati, per i veri nodi del paesi affrontati sempre puntando sui contenuti. Ricordo soprattutto confidenze, imitazioni, sentenze che anche grazie ad una tagliente ironia, mi hanno aiutato a capire il backstage del potere. I volti e i protagonisti indiretti dello scenario politico-istituzionale letti con la sua stile “felliniano” e “istrionico” (come spesso amava definirlo). Apprezzavo la sua devozione alla cosa pubblica, alla Costituzione, al Risorgimento, vissuti non come formule retoriche, ma come stile di vita, con intima e profonda partecipazione. Per lui la patria costituzionale non era nostalgia, bensì pedagogia civile. Aveva il senso dello Stato proprio di chi sa che le istituzioni non sopravvivono senza uomini capaci di servirle con dignità e onore e che esse devono avere come fine l’interesse generale e non derive autoreferenziali o corporative.
Questa tensione lo accompagnò fino all’ultimo, anche nell’Academy di cultura e politica Giovanni Spadolini, che presiedeva e di cui fui in quegli anni vicesegretario generale e capo della segreteria tecnica. Quella Academy fu il suo ultimo progetto per il Paese: un tentativo di ricostruire un terreno comune, rimettere in comunicazione generazioni e competenze, sottrarre il dibattito alla rissa permanente. In un’Italia consegnata alla divisività, Tivelli cercava ancora la via della composizione alta, della responsabilità, del “superiore interesse del Paese”. Un contenitore culturale che utilizzò per rilanciare principi essenziali quali l’importanza delle “sorelle gemelle” merito e concorrenza, il nesso tra cultura e politica, la necessità di un patto sociale per il Paese. Un impegno che proprio in questi anni si era concentrato maggiormente sulla storia del cammino della libertà specie coltivando il confronto con gli autorevoli amici Antonio Patuelli, Gianfranco Fini e Corrado Ocone. Gigi ritrovava, infatti, in Giovanni Spadolini e Karl Popper due riferimenti essenziali della sua concezione liberale; in Giacomo Matteotti (che come amava ricordare era anche suo conterraneo) e Gaetano Mosca due esempi culturali e intellettuali; in Gobetti e Amendola due fari morali e politici.
Fu un laico nel senso più nobile del termine: un uomo di grande fede civile che credeva nella coscienza storica, nel dubbio critico, nella responsabilità individuale, nella libertà come disciplina. Portava con sé l’eredità del Partito Repubblicano, dei suoi maestri e di quella amministrazione della Camera che aveva formato generazioni di guardiani discreti della democrazia. Ed anche in questo era nel profondo un patriota ed un europeo in un paese di familismi e controriforme. Il suo carattere era irrequieto e generoso, determinato e sensibile. Chi lo ha conosciuto ricorda la vivacità del suo modo di interloquire, la grinta con cui affrontava i nodi del Paese, la simpatia con cui scioglieva le discussioni più aspre.
Nei convegni, nei libri, nei progetti culturali, trasformava un ricordo in una proposta, una diagnosi in un dovere, una memoria in un compito. Per questo la sua lezione resta attuale. In un tempo che consuma uomini e idee, Tivelli ha continuato a credere nella durata delle istituzioni, nella forza della memoria, nella necessità di formare giovani capaci di servire la Repubblica e non di servirsene. Come un vero Repubblicano in Repubblica. Un insegnamento che in questo 2 giugno, più triste ma non meno sentito, appare ancora più attuale.
L’autore e la redazione de La Voce Repubblicana trasmettono le loro più sentite condoglianze alla moglie Ada Amantea, ai figli Giulia e Diego, agli amici, colleghi e familiari.







